Uno spazio di confronto sulla medicina con notizie, opinioni e commenti

Notiziario dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Brescia – aut. Tribunale di Brescia n. 195/1962

Medicina d’urgenza sotto il vulcano

nella foresta tropicale

Massimo Corda, interne in Medicina d’Urgenza a La Réunion, è stato conquistato dai territori francesi d’oltremare: “Qui si viene buttati subito sul campo, ma è proprio misurandosi con atti pratici che si acquisisce autonomia e sicurezza”.

Un’isola sperduta nell’Oceano Indiano, un melting pot di culture, un dipartimento francese dal gusto più esotico e intenso. E’ qui che sta completando la sua specializzazione in Medicina d’Urgenza il dottor Massimo Corda, trentenne bresciano “emigrato” Oltralpe, da dieci mesi di stanza a La Réunion, isola affacciata alla costa orientale del Madagascar, che costituisce un dipartimento e regione d’oltremare della Francia.

Alla Réunion le stelle sembrano più vicine dal Piton des Neiges, la cima più alta dell’Oceano Indiano. Dalle coltivazioni della costa est gli aromi della vaniglia Bourbon solleticano i sensi, mentre il profilo sinuoso del Piton de la Fournaise, uno dei vulcani più attivi al mondo, lascia senza fiato più volte all’anno con i suoi zampilli incandescenti.

Ma il contesto tropicale non tragga in inganno: i servizi sanitari dell’isola sono articolati secondo un’organizzazione e un approccio europeo. Abbiamo chiesto a Massimo Corda di raccontarci la sua esperienza.

Ti sei laureato in Medicina all’Università di Siena, hai compiuto il tirocinio abilitante a Brescia, tua città natale. Da dove origina la tua scelta di specializzarti all’estero?

Avevo provato l’esame per entrare in un percorso di specialità in Italia, ma non avevo ottenuto la scuola e la città che volevo. Un po’ per caso, tre anni fa, ho saputo della possibilità di provare in Francia, dove la selezione avviene per concorso nazionale, come in Italia. Pur non parlando francese ho fatto il test a Rennes, sono passato e fra le opzioni disponibili ho scelto la Medicina d’Emergenza-Urgenza a Parigi.

Com’è stata questa prima esperienza?

Avevo voglia di vivere un periodo “metropolitano” in una grande capitale, e mi è piaciuto moltissimo. Il primo stage l’ho fatto in un classico Pronto Soccorso per adulti, poi sono passato alla Medicina interna: in Francia le scuole di specialità si articolano in stage, di sei mesi in sei mesi si cambia ospedale, e Parigi è il fulcro del sistema, con almeno 40 ospedali universitari.

Dopo due anni parigini è arrivata la chiamata dei territori d’oltremare.

E’ iniziata quella che chiamo la mia seconda fase. La prima destinazione è stata l’isola di Mayotte, che dal punto di vista geografico è parte dell’arcipelago delle Comore, situata tra il versante settentrionale del Madagascar e il Mozambico: è l’ultimo dipartimento francese annesso, ma è Africa sotto tutti gli aspetti, compresa la lingua parlata, che è prevalentemente un idioma locale. Ma il sistema sanitario funziona bene e offre risposte efficaci ai 400 mila abitanti. Lì ho fatto uno stage di sei mesi in Medicina interna e Malattie infettive. Poi, dopo Mayotte, ho scoperto La Réunion: un dipartimento molto più “europeo” per impostazione, lingua, espressione di una cultura francese al 100%. Qui ho proseguito il mio percorso con uno stage in Rianimazione, che si è appena concluso. Per rimanere a La Réunion ho da poco iniziato un altro stage in Urgenze pediatriche.

Il Pronto Soccorso è un universo composito di molteplici aspetti, in prevalenza intensivistici, e a volte il carico per chi vi lavora risulta schiacciante, se non frustrante, comunque difficile da gestire. E’ così anche in territorio francese?

Lo scenario è molto simile a quello italiano. C’è l’urgenza pura, da codice rosso, ma la fetta più grande della torta è formata da codici verdi e bianchi, che arrivano in Pronto Soccorso magari perché non sono riusciti ad avere un appuntamento con il proprio medico curante. Una situazione che ho osservato molto frequentemente a Parigi – ricordo ancora le lunghe giornate ai Pronto Soccorso della capitale, oberati di accessi – e che riscontro anche qui nelle urgenze pediatriche: sulle 24 ore si registra un 20-30% di passaggi per codici a bassa intensità. Il denominatore comune sono le inevitabili lunghe attese, presenti ovunque.

Si dice che la nostra preparazione universitaria sia buona dal punto di vista teorico, ma carente sotto il profilo pratico. Come ti sei trovato in Francia?

Sono stato letteralmente buttato nella mischia: a Parigi, dopo la presentazione dell’ospedale, mi è stata subito affidata una lista di pazienti da visitare, prescrizioni da fare, sempre con il riferimento dello chef, il medico strutturato. L’impatto è stato forte, come non mi era mai capitato né a Siena né a Brescia: avverti il senso di una responsabilità particolare. Del resto la parte pratica qui è estremamente sviluppata, già dagli ultimi anni di Università lo studente è proiettato verso stage sul campo. Poi capisci che è proprio attraverso atti medici come l’inserimento del catetere venoso centrale, o l’intubazione di un paziente, che noi “internes”, come vengono chiamati gli specializzandi, possiamo diventare sempre più autonomi.

Uno scenario molto diverso da quello italiano: lo ritieni migliore?

Sono in contatto con compagni di facoltà che si stanno specializzando in Italia, soprattutto in ambiti chirurgici, dove la pratica è cruciale. Eppure quello che fanno rimane limitato, domina ancora l’idea di essere in seconda o terza fila rispetto al professore o al medico referente, piuttosto che sperimentarsi in prima linea con interventi di routine come avviene in Francia. Questa differenza è dirimente. Non a caso il livello di autonomia raggiunto Oltralpe soddisfa la maggior parte dei colleghi.

Il punto è che dopo sei anni di nozioni teoriche arriva il momento di mettere in pratica quanto appreso: in fondo anche sbagliare serve per perfezionarsi, rifinire il gesto, continuare a migliorarsi.

Il tema della Medicina d’urgenza è particolarmente caldo, si assiste alla fuga dei medici dai Pronto Soccorso e molti posti nella scuola di specialità sono stati snobbati nell’ultima tornata. La tua appare una scelta controcorrente, cosa ti spinge a perseguirla?

Anche in Francia c’è lo stesso problema delle borse vacanti nei settori d’urgenza, soprattutto nella Rianimazione, acuiti in periodo post Covid. A pesare è sicuramente lo stress, che insieme ai ritmi di lavoro usuranti viene percepito frequentemente nell’emergenza, non solo dai medici più maturi ma anche dalle persone della mia età. Quanto alla mia scelta personale, confesso di non aver mai avuto il fuoco sacro della Medicina d’urgenza o l’attrazione per l’adrenalina di interventi che “salvano la vita”. Il mio desiderio era fare qualcosa di pratico, compiere dei gesti medici con un risultato immediato, e nella Medicina d’urgenza ho visto proprio questo: cercare di individuare e di risolvere le problematiche delle persone che chiedono il nostro aiuto. Spaziando dalle malattie infettive alla medicina interna, fino alla rianimazione.

Di questo lavoro mi piace la grande varietà delle patologie da affrontare, il contatto quotidiano con stimoli nuovi, la possibilità di imparare di volta in volta, da ogni singola esperienza.

Sei avviato a concludere il tuo percorso di formazione specialistica: una volta ultimato pensi di rientrare in Italia?

In questo momento tornare in Italia non è tra le mie prime opzioni. Una volta specializzato, da giovane “chef” avrò la possibilità di viaggiare in tutti questi territori d’oltremare, ed è una prospettiva che mi piacerebbe, dato che dopo la specializzazione è più facile muoversi da un ospedale all’altro: i territori caraibici e polinesiani sono sulla mia lista. Un progetto possibile anche grazie al buon livello economico riconosciuto in Francia, dove la remunerazione è più elevata rispetto all’Italia anche per gli specializzandi: una delle grandi differenze, ad esempio, è che tutte le guardie aggiuntive sono pagate (personalmente ritengo assurdo che una guardia non sia retribuita). E per chi sceglie di lavorare nei territori d’oltremare c’è un premio del 40% in più rispetto allo stipendio base.

Un messaggio in bottiglia da lasciare a uno studente del sesto anno di Medicina?

Il mio suggerimento è di provare a fare un’esperienza all’estero. Da uno scambio europeo c’è tutto da guadagnare. Io ho ancora rimpianti per non aver fatto l’Erasmus, che in medicina è piuttosto raro. Ho recuperato dopo, ed è una scelta di sicuro arricchimento. Credo che ciascun giovane dovrebbe averla nel bagaglio formativo, per guardare al mondo con un orizzonte più ampio.

1.5 2 voti
Valutazione articolo
Iscriviti
Notificami
inserisci il tuo indirizzo e-mail

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

0 Commenti
Inline Feedbacks
Visualizza tutti i commenti

Altri Articoli

Primo Piano

Si può morire di vecchiaia?

Sulla base del certificato ufficiale di morte, la Regina Elisabetta II sarebbe morta di vecchiaia. Ma esiste la morte per “vecchiaia”? E l’età è di per sé una malattia?

Continua a leggere »
Primo Piano

La figlia di Forlì

Casi clinici/ Una coppia anziana, una figlia lontana e una vicina, il delicato lavoro di composizione del medico. Perché per dare “buoni consigli” bisogna guadagnare i titoli sul campo della quotidianità.

Continua a leggere »
Recensione

Libri/ Racconti psichiatrici

Dei folli, gli psicotici, i matti non si parla più molto. L’esordio letterario di due psichiatri prova a raccontare questo mondo, affidandosi all’intensità degli epigrammi e ad un medical thriller.

Continua a leggere »
Primo Piano

Le “altre” pandemie

Sars-CoV-2 e non solo: le altre pandemie non infettive contribuiscono a distogliere lo sguardo. La guerra, il cambiamento climatico, la crisi di governo. Come sarà l’autunno con tante incertezze all’orizzonte?

Continua a leggere »
Editoriale

Il ruolo sociale del medico

Nonostante i progressi terapeutici e le straordinarie conquiste in campo medico, l’insoddisfazione dei pazienti (ma anche dei medici) è molto aumentata. Analizzarla è il primo passo verso possibili soluzioni.

Continua a leggere »
Primo Piano

Tempi difficili

L’editoriale del direttore Balestrieri analizza il periodo attuale segnato da pandemia, guerra e cambiamenti climatici, alla riscoperta di un senso più autentico della professione medica.

Continua a leggere »
Intervista

La parola è un farmaco

Fausto Manara, psichiatra e psicoterapeuta, innovatore nelle cure per i disturbi del comportamento alimentare, analizza il malessere di un presente inquieto. «Il punto vero è la difficoltà ad avere consapevolezza di chi siamo e quanto valiamo».

Continua a leggere »
Casi clinici

I luoghi della memoria

Casi clinici/ Un incontro inatteso nel silenzio del cimitero riporta alla luce un passato lontano. Alla ricerca di un senso, anche quando i ricordi sembrano svanire.

Continua a leggere »
Primo Piano

Il tempo triste di un mestiere bellissimo

Un sabato mattina d’estate, aspettando di andare al mare. Un improvviso malore e la corsa in Pronto soccorso, scenario di momenti relazionali su cui si misura la vera qualità del medico. Con un ringraziamento postumo, affidato a una cartolina da Rimini.

Continua a leggere »
Casi clinici

Preghiera a Gesù

Casi clinici/ Un lungo matrimonio, una storia esemplare di amore coniugale, che non arretra di fronte alla fatica di vivere. E una preghiera da recitare insieme, tutte le sere.

Continua a leggere »
Casi clinici

La morte della signora Norma

Casi clinici/ Un’anziana sola raccontata dallo sguardo dei sanitari che devono decidere per lei la migliore destinazione, provando a immaginarne la storia e i desideri.

Continua a leggere »
Primo Piano

Il lago dei cigni

Guerra e pandemia, i due cigni neri che hanno messo in crisi le nostre certezze. Per mettere a fuoco le coordinate del futuro l’Ordine lancia un sondaggio on line riservato ai medici bresciani.

Continua a leggere »
Casi clinici

Cibo e demenza

Casi clinici/ Dal cotechino ai cavoli, dal cuscus allo zenzero: il valore dell’alimentazione e il giro del mondo in tavola di un’anziana nell’avvicendamento delle badanti

Continua a leggere »
bambola di pezza
Casi clinici

La suora e la bambola

L’ho incontrata per la prima volta sei mesi fa; mi è stata portata dalle consorelle per un’anormale inquietudine, un comportamento “sopra le righe”. Ottant’anni, è in convento dall’età di dodici.

Continua a leggere »
la città in guerra brucia colpita da un attacco nucleare
Primo Piano

L’ultima epidemia

La guerra nel cuore dell’Europa riporta l’attenzione sulla minaccia nucleare, che potrebbe mettere in pericolo la civiltà umana: l’appello dei medici russi e ucraini aderenti a IPPNW

Continua a leggere »
Casi clinici

Abbandoni

Casi clinici/ “Per una donna ci sono alcuni punti fermi irrinunciabili”. Quegli abbandoni che diventano fattori di rischio della vecchiaia.

Continua a leggere »
0
Lascia un commentox