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Notiziario dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Brescia – aut. Tribunale di Brescia n. 195/1962

La medicina come “misura” tra scienza e relazione umana

Da sinistra, Claudio Cuccia con i suoi stretti collaboratori, la dott.ssa Donata Mor e il dott. Diego Maffeo.

Claudio Cuccia, medico e autore di libri di successo, esorta a custodire il senso della professione: “Curiamo il paziente come persona e misuriamo ciò che facciamo, col garbo delle persone sagge”.

Non si è mai preparati ad accogliere la diagnosi di una malattia, che sia un malanno destinato a risolversi o un disturbo che ci accompagnerà a lungo nel tempo, come un inquilino inatteso che si installa nella nostra dimensione più privata.

La malattia è sofferenza, smarrimento, dolore, ma è anche, inevitabilmente, una “pietra d’inciampo” che ci fa fermare e riflettere. Un viaggio interiore nel proprio vissuto, alla riscoperta di sé stessi. A patto di avere al proprio fianco un buon medico, dotato di umanità e nutrito di letteratura scientifica, ma anche umanistica.

Ne è convinto Claudio Cuccia, cardiologo, direttore del Dipartimento Cardiovascolare della Fondazione Poliambulanza di Brescia, che ha saputo unire la passione per la medicina a quella per la scrittura. All’alleanza tra medico e paziente ha dedicato il suo ultimo libro, già evocativo nel titolo, “La supplico, mi salvi!” (edizioni Scholé, 2022).

Da dove nasce lo spunto per questo nuovo libro?

È una sorta di piccolo testamento bioetico, intendendo per bioetica non tanto l’accezione diffusa che guarda ai grandi confini esistenziali come l’eutanasia e il fine vita, quanto una “bioetica del centro” di cui ci dovremmo occupare di più, perché accompagna la nostra quotidianità e che offre risposta alla domanda fondamentale: “Perché sono qui a curare questa persona?”.

Tra le righe si legge un velato rimprovero ai medici…

Vorrei che ci prendessimo cura del paziente come persona, si vada oltre il caso clinico. Sono contro il riduzionismo medico, il paziente non è la malattia che si porta appresso. È vero, “malato” viene da “male-abitato”, ma se ti trovi a ospitare un inquilino non gradito, non devi soccombergli, devi rimanere te stesso, con la tua dignità, le tue aspettative, il tuo vissuto, quei sentimenti che fanno di te la persona che sei.

Nel libro cerco poi di far capire ai medici qual è il privilegio della nostra professione, per cogliere il vero senso del nostro mestiere. “La supplico, mi salvi” è un’invocazione non infrequente, che ha quasi un significato salvifico, i pazienti si rivolgono a noi con il verbo della preghiera, chiedono di salvarli, non di guarirli, e ciò va ben al di là della dimensione lavorativa di noi che curiamo il corpo. Il medico dovrebbe rendere conto di questo privilegio a chi glielo concede, dando in cambio la competenza unita al garbo, al trasporto, alla sensibilità: le virtù dei grandi medici.

“Alle sette Pinochet” è il titolo del tuo primo libro, nel 2006, cui sono seguiti molti altri, sia di fiction sia di divulgazione scientifica di successo. Cosa ti ha spinto sulla strada della scrittura?

Mi ha spinto qualcosa di molto personale: ero gravemente turbato da un problema famigliare e trascorrevo le notti senza riuscire a chiudere occhio. Mi sono rivolto a un amico psichiatra che sapendomi un appassionato lettore mi ha suggerito di cimentarmi nella scrittura, per distrarre la mente dal pensiero fisso che mi tormentava. Scrivere è stato fortemente terapeutico, e mi ha avvicinato a tante persone che non conoscevo, e ne sono uscito arricchito e risanato. Da lì è nata anche l’idea che l’ospedale potesse essere un luogo di cultura oltre che di cura, un percorso che ha portato all’apertura della libreria in Poliambulanza e delle iniziative culturali umanistiche e letterarie che ne sono derivate.

Nel frattempo la tua specialità, la cardiologia, ha conosciuto un’evoluzione travolgente, che negli ultimi 40 anni ne ha cambiato profondamente l’essenza.

I colleghi della mia generazione hanno iniziato la professione “spogli” di tecnologia: immaginatevi che la prima ecocardiografia è della fine degli anni 70, e la dispensa dei farmaci ‘cardiologici’ non offriva molto di più dell’aspirina, dei betabloccanti, della digitale. Nei primi anni 80, la mortalità per infarto era più o meno del 30% ed oggi è scesa a meno del 3%: se oggi un paziente non sopravvive si convoca una riunione di reparto, per capire cosa non ha funzionato.

I giovani medici si trovano nel pieno del successo – e anche del potere – della tecnologia, e questo pone una sfida in più, quella di saper guidare la mano dell’uomo nelle strade della tecnica da lui stesso inventata. È vero, la prima carità da offrire al paziente è e rimane la scienza, che non può però rinunciare alla relazione umana, all’ascolto, alla saggezza dell’uomo che fa bene il proprio mestiere perché pensa, e lo fa per non naufragare nel mondo dell’inappropriatezza. Si tratta, per dirla con la celebre terzina dantesca, di saper bilanciare la “virtute” con “la canoscenza”.

Settorializzare le competenze, tuttavia, è inevitabile per gestire tecnologie sempre più specialistiche.

La tecnologia evolve a una velocità che il medico fatica a seguire, ti “sorpassa”, costringe alla settorializzazione del sapere e del fare: quanto più un sistema è specifico tanto più consente di andare in profondità e di offrire al paziente soluzioni efficaci. Tutto questo non è scevro da problemi di sostenibilità economica, che richiede di fare un po’ d’ordine, con linee guida dedicate e precise, e al contempo bisogna ridare importanza allo sguardo d’insieme, fare sintesi tra le diverse abilità, coinvolgendo più voci di specialisti nel comune obiettivo di sconfiggere la malattia.

Sei stato tra i primi ad avviare un percorso per coinvolgere le professioni sanitarie non mediche, dopo il tuo approdo in Poliambulanza nel 2005. Perché questa determinazione?

Perché è fondamentale valorizzare ogni competenza. Nel nostro reparto tante tecnologie di primo livello come l’holter, l’ecocardiografia di base e la telecardiologia sono gestite da infermieri, formati grazie a corsi di aggiornamento dedicati (anche se queste loro competenze tecniche non trovano ancora un adeguato riconoscimento professionale); questo consente agli infermieri di esprimere al meglio le loro capacità e ai medici di dedicare il proprio tempo alle prestazioni più complesse. Tutti comunque partecipano al percorso di assistenza e di cura, nel rispetto del ruolo di ognuno di loro. Indispensabile è la comunicazione costante all’interno del reparto, così come un efficace e costante controllo della qualità, ‘qualità’ che non deve arrendersi alla ‘quantità’ delle prestazioni erogate. Grazie a questa organizzazione, le attività del reparto hanno potuto ampliarsi e differenziarsi per venire incontro ai problemi di ogni singolo paziente, con ambulatori dedicati a temi come lo scompenso avanzato, le cardiomiopatie, l’embolia polmonare, la cardio-oncologia.

La tua carriera è la dimostrazione di come ci si possa aprire a una dimensione globale pur rimanendo legati alla propria terra, nel tuo caso Provaglio in Franciacorta.

Il legame con le mie radici è stato determinante nelle mie scelte, e non mi ha mai permesso di accettare offerte di lavoro all’estero o comunque lontano da casa. Era impensabile allontanarmi dai miei affetti, dalle amicizie radicate nel tempo, dai luoghi in cui sono cresciuto. Sono contento di essere rimasto qui: essere legati a un luogo non significa smarrire l’idea di ampi orizzonti. La mente ti offre grandi spazi in cui vivere, col pensiero, con l’immaginazione, magari con la fantasia. Sarà anche per questo che ho sempre preferito e difeso le periferie rispetto al centro…

La Cardiologia è in testa nelle richieste per le Scuole di specialità. Se dovessi ricominciare da capo confermeresti questa scelta?

La mia scelta iniziale non è stata priva di dubbi. Ho intrapreso il percorso ospedaliero perché allora (mi sono laureato nel ’78), con un curriculum universitario molto buono, stupidamente si pensava che dedicarsi alla medicina di base fosse sbagliato, fosse uno spreco di competenza. Se dovessi scegliere oggi, senz’altro mi dedicherei alla medicina territoriale, non solo perché è il punto debole della catena assistenziale, ma perché è lo snodo fondamentale per metter a frutto le conoscenze tecniche, per ridisegnare i percorsi organizzativi, per dare al paziente l’idea di essere preso in cura. Un po’ lo sto già facendo, cercando di creare un ponte fra ospedale e territorio grazie al progetto “Col cuore e con le mani” rivolto ai pazienti ad alto rischio di riospedalizzazione: questi pazienti li assistiamo al loro domicilio con regolari visite fatte da un nostro infermiere per 8 settimane, durante le quali si fa educazione sanitaria, si sollecita all’aderenza terapeutica, si colgono i segnali di eventuali peggioramenti, si mettono in collegamento il medico ospedaliero, l’ambulatoriale e l’infermiere nel controllo della complessità del paziente. I risultati sinora ottenuti sono stati importanti in termini di ospedalizzazioni evitate, soprattutto nei pazienti con scompenso cardiaco.

Qual è la chiave per quantificare il valore del legame tra ospedale e territorio?

Penso che qualsiasi soluzione debba transitare dalla misura delle cose, altrimenti entriamo nel regno dell’opinabile senza riuscire a cogliere il rischio di inappropriatezza con cui dobbiamo fare i conti. So che i medici non amano essere misurati, ma questa è la strada, una strada da percorrere con parametri di misurazione ben fatti, da gente competente e seria, medici, infermieri, decisori pubblici. L’operato dei medici non può essere valutato solo in termini numerici, in termini di procedure fatte: è la “misura del percorso” che dobbiamo imparare a cogliere. Non vorrei si dimenticasse che il lemma “medicina” ha una derivazione lontana, nasce da una radice comune a molte lingue e significa intendere, conoscere, sapere, misurare: ecco l’idea della “misura”, una parola che ha una doppia accezione, quella tecnica, fatta di cifre, e quella umanistica, che indica il garbo, la gentilezza. Ecco, misuriamo ciò che facciamo, col garbo delle persone sagge.

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