Uno spazio di confronto sulla medicina con notizie, opinioni e commenti

Notiziario dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Brescia – aut. Tribunale di Brescia n. 195/1962

Medicina è cultura

È inutile chiederselo, la parola che meglio sintetizza la nostra esistenza è frenesia. Ci perseguita sin da piccoli, quando ci vantiamo che il figlioletto, intelligente come pochi, andrà a scuola un anno prima, ignari delle difficoltà che dovrà affrontare per superare i propri timori, esagerati dall’innocente cattiveria dei suoi compagni di classe; lo stesso ragazzino era già motivo di vanto per i genitori perché suonava il piano a quattro anni – “…non ancora compiuti!” –, cosa che lo relegherà alla panchina della squadretta di calcio senza scendere in campo una sola volta, perché fragile lui e stupido il Mister di turno: c’è forse da chiedersi perché il mozzartino sarà prima o poi costretto a vendere il pianoforte per permettersi un analista che sappia il fatto suo?

Le cattive abitudini non cambiano col passare degli anni, quando il vanto di aver percorso un sentiero in montagna in meno di due ore negherà il piacere di uno sguardo alle meravigliose montagne che, allibite, se ne stanno silenziose a chiedersi da chi si stia fuggendo con tanta foga.

E una volta in pensione, per non contraddirci, ci si glorierà di lavorare “ancor più di prima”, pensando pure di sembrare originali nel dirlo. D’altronde, come potrebbe starsene quieto, il poveruomo, visto che soggiorna su una trottola che gira su di sé alla velocità di 8500 km/h e percorre la propria orbita solare a 100.000 Km/h, in una galassia che a sua volta si muove a 2 milioni di Km/h verso una zona che soltanto i fisici più intelligenti capiscono cosa sia (si parla di un Grande Attrattore, fatto di ammassi di non so cosa, dove spicca il Superammasso di Shapley, un arcipelago di galassie lontane da noi centinaia di milioni di anni luce. Lo stesso Shapley, tra l’altro, ipotizza che si andrà a sbattere, tamponando la galassia di Andromeda. Sarà di sicuro un bel botto, ma per fortuna ci vorrà tempo perché succeda).

Comunque vada – e andrà male – una domanda nasce spontanea: tanto affanno, per cosa? 

La frenesia c’è, non c’è nulla da fare, non ci sono farmaci o palloncini che dilatino il comprendonio per dirci di rallentare un po’, che ci aiutino a riflettere, magari per godere di quel benessere che rimandiamo sempre a domani. Nell’homo poco sapiens, la frenesia contraddice pure se stessa, dato che il lemma nasce dal greco phrèn che fa riferimento alla mente, al pensiero, all’animo.   

Pensaci, allora: corri, corri e poi?

Nel nostro caso, per noi che siam medici, intendo, quale potrebbe essere l’epilogo? Per esempio, potrebbe andar a finire che ci si ammala, la malattia è il nostro pane quotidiano, un alimento che richiama noi medici all’ordine e pone all’improvviso il malato contro le leggi del tempo, l’inflessibile regolatore di una vita che sembrava fatta solo per andar di corsa. “Più il tempo passa, più Auschwitz si avvicina”, diceva Grete Weil, che aveva mille ragioni per esser pessimista. E noi, noi che siamo stati ottimisti senza testa, ora, che facciamo? Prenderemo la malattia per il verso giusto, per una pietra d’inciampo che ci aiuti a pensare, o lasceremo fare a lei, immolandoci alla causa della distrazione?

Bloccati a letto, lo spazio si deforma e il tempo si dilata, le regole della fisica si confermano per ciò che sono, la relazione spazio-tempo, che tanta gloria diede al vecchio Albert, ci sta a pennello quando infiliamo il pigiama e in un attimo diventiamo il paziente del 7b: prima d’ora, quando correvamo, il corpo si arricchiva di energia, ma ora, immobili, tutto si deforma e il tempo, a dirla con Dalì, assume “la dimensione delirante e surrealista per eccellenza.”

Come non ribellarci, dunque?

Tempo, spazio, fisica, surrealismo, dolore, malattia, tutti insieme chiedono soccorso alla tecnica e al pensiero, per recuperare il benessere perduto, quel benessere che per i latini altro non è che un generico star bene – bene ed esse –, ma che per i greci, indicandolo con eudaimonìa, assume vigore, reclama l’intervento del demone buono che è dentro di noi, il genio che può apparire anche quando la malattia sembra farla da padrone, il genio che ti aiuta a riflettere, ora che non puoi più correre senza pensarci, ora che, perduto l’asse portante, hai perso anche l’orbita che ti eri dato. Serve la cura e serve la cultura, quindi, servono la tecnica e il pensiero di chi l’ha immaginata, e il medico, con la sua “parola ornata, e con ciò c’ha mestieri al suo campare”, deve scendere in campo, in una guerra contro un nemico, la malattia, che ha scelto di combattere, e che il paziente s’è trovato di fronte mentre galoppava come un forsennato.

Cura e cultura, dunque, sia per il medico che per il paziente, il primo con la parola ornata, che è parola fatta di dottrina ed eloquentia, a dirla con gli esegeti della Commedia, la conoscenza di un mestiere e la capacità di esprimerla, di narrarla, nell’alleanza che si è sancita col paziente. Il secondo, il paziente, per dar scacco al tempo, un tempo che si vorrebbe fermare, perché la cura abbia modo di agire e perché si torni a pensare che la vita è bella non è solo il titolo di un film fortunato.

Per distrarsi – e per capire –, si ascolti chi parla di libri, magari si leggano i racconti di Primo Levi, e tra questi Scacco al tempo, dove sempre lui, il paziente, novello Theophil Skoptza, godrà del Paracrono, una terapia mirabolante capace di “allungare a piacere il tempo delle esperienze gradite, e abbreviare la durata delle esperienze dolorose o fastidiose.” (1).

La Medicina sia cultura, curino i farmaci e i testi letterari, i medici e gli scrittori, le pareti azzurre delle stanze sterili e i corridoi con le mostre d’arte; l’ospedale, dove la medicina si pratica, non resti una cattedrale che incute timore, che mantiene le distanze: in questo luogo si dovrà pensare, e visto che pensare non è un esercizio facile, lo si renda amico, si evitino gli schiamazzi, la TV accesa, i giornali stupidi, l’occhio appiccicato allo smartphone e si goda del silenzio, che offre alla solitudo a cui si è costretti molto più di uno spiraglio di luce, e la rende beata: stare soli regala la pace, e lontani da tutto e da tutti, riusciremo a esplorare noi stessi, noi come pazienti, noi come medici, in piena tranquillità d’animo.

Se si è soli, si pensa, e pensando – pensando bene – le idee si irrobustiscono, si rafforzano fino a farsi solide, e così, fortificate, permettono di dialogare meglio con noi e con gli altri; tonificato il pensiero, riesce più facile scoprire i punti di forza e le debolezze del nostro animo profondo. Col quale intendersi, e poi capirsi, capire sé e chi, felicemente, scopriremo essere vicino a noi. Insieme cammineremo, nei corridoi dell’ospedale, fermandoci in libreria, ascoltando un autore che presenta il suo ultimo libro, guardando un quadro o una fotografia, discutendo di musica, di poesia, di cinema. Senza più correre, però.

Alla frenesia si sostituiscano pertanto le buone letture e, con esse, prenda corpo un nuovo sentimento, la nostalgia, intesa come il desiderio di tornare al passato, vivendolo diversamente.

Nostalgia è una parola recente, inventata da uno studente di medicina, Johannes Hofer, che per primo la usò nella tesi di laurea sulla Dissertatio medica de nostalgia, nel 1688. La parola si compone di nòstos, ritorno, e àlgos, dolore, e rappresenta la tristezza generata dal desiderio di tornare a casa.

Ritorna il rapporto col tempo e, come dice un poeta, la nostalgia “non è tanto il desiderio del ritorno, ma il ritorno del desiderio” (2), perché prima della malattia tutto era soffocato dalla corsa senza senso: conosciuta la malattia, il paziente sogna di rivivere la propria vita, riempiendola dei desideri mancati, desideri che solo la poesia, la musica, il godimento dell’arte sanno generare, magari corroborati dalla giusta dose di un antibiotico, da una statina, da un pizzico di betabloccante e dal sorriso di chi vive con lui. 

1)           Primo Levi. Tutti i racconti. 2005 e 2015, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

2)           Gian Luca Favetto. Attraverso persone e cose. Il racconto della poesia. 2020 add editore, Torino.

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