Quando la moglie del Dottor Zambolin, “Zambo” per i colleghi, ci ha chiesto di scrivere qualcosa per ricordarlo, ho pensato che fosse una cosa giusta. Perché chi lavora in ospedale ci passa la vita e spesso il tempo trascorso con i colleghi, almeno in termini quantitativi, è più di quello riservato ai familiari.
Il vissuto con Zambo è stato veramente tanto, lungo e largo! Quando sono arrivata in reparto Zambo era già un punto di riferimento ma la pensione era ancora fuori dai suoi pensieri, troppo lontana e nemmeno ancora contemplata. È stato un lungo viaggio, bello. Come tutte le cose non perfetto, solo il Signore, che adesso se lo sta sopportando, sa quanti erano i suoi difetti!
Ma esattamente come dopo un bel viaggio la memoria delle cose negative sbiadisce, per lasciare spazio solo ai ricordi più belli e sereni.
Tutti, ma proprio tutti, quelli che hanno incrociato Zambolin, i colleghi, gli infermieri, il personale ausiliario, i pazienti, i parenti, i portinai, tutto il “mondo ospedale” lo ricordano per la sua vivacità, per la sua capacità di accompagnare i pazienti con dedizione e sensibilità, per il rispetto verso tutti, per l’entusiasmo con cui coinvolgeva i più giovani, la sua competenza e umanità, le sue debolezze e la sua resilienza. Tutte caratteristiche mantenute nella propria malattia.
Dopo la sua morte a tutti son tornati in mente aneddoti con lui protagonista. Perché a Zambo sono legati anche ricordi di grasse risate: lui che parte per un congresso con il bagagliaio aperto domandandosi per ore da dove venisse il vento, lui che aveva uno dei primi navigatori con voce italiana ma accento russo, lui il “veneto “. Solo in veneto si esprimeva e si arrabbiava con chi rispondeva in bresciano, sostenendo di non capire. Ormai per tutti noi il rene è il rognon e il dito è il deo.
Zambo era orgoglioso, apprezzava e si commuoveva per ogni forma di affetto e riconoscenza nei suoi confronti. Per anni si è fatto ripetere la storia del paziente mussulmano che disse: “dopo Allah Zambolin”, o quella della paziente che aprendo gli occhi dopo l’anestesia esclamò: “Quando ho visto il suo viso, ho pensato fosse il Signore”.
Era incontenibile! Prima di una difficile nefrectomia disse alla giovane paziente: “Non ho dormito niente pensando al suo intervento!” (ora la paziente, poi diventata amica, gode di ottima salute). Per la sua grande e faraonica festa di pensionamento, mai realizzatasi appieno a causa del Covid, si era messo in testa di fare il karaoke. Io e lui facevamo le prove per il duetto di “Vivo per lei”. La sua versione di Bocelli era inascoltabile, non prendeva una nota né una parola e nemmeno il tempo ma era un’esibizione eccezionale.
Ecco, Zambo mi manca, a volte ho ancora l’istinto di sentirlo per un consiglio o una rassicurazione, non solo per la sua professionalità ma anche per la sua leggerezza, per la capacità di stemperare nel sorriso giornate spesso convulse e stressanti.
Alessandra e tutti quelli che hanno contributo con un ricordo scritto o a voce
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