Al mio maestro…….
Correva l’anno 1978, quarto anno di medicina all’Università di Pavia, quando ebbi la fortuna di conoscere il Prof. Carosi, allora responsabile di un settore di degenza nella Clinica di Malattie Infettive dell’IRCCS policlinico San Matteo nonché professore straordinario di Malattie Tropicali della medesima Università e con il quale avrei frequentato i miei primi anni di tirocinante volontario con un duplice obiettivo: quello di conseguire un minimo di pratica clinica e soprattutto quello di poter aspirare alla richiesta di tesi al fine di conquistarmi l’ambito posto in specialità.
Arrivata la sudata e sofferta ammissione alla scuola di specialità Carosi mi propose, anzi, a dire il vero, mi obbligò a frequentare per tutti i quattro anni il laboratorio di chemioterapia sperimentale.
Questo voleva dire interrompere bruscamente il mio sogno di medico dedicato al paziente e di trasformarmi, invece, in “topo” di laboratorio, chiuso fra quattro mura a coltivare protozoi “in vitro” e a sperimentare nuovi chemioterapici. Ci vollero alcuni mesi per capire l’importanza di quella scelta ma alla fine mi convinse che la ricerca applicata mi avrebbe comunque aperto la mente a conoscenze più ampie che un medico operativo in una clinica universitaria avrebbe dovuto possedere.
Ebbene dai pianti ai sorrisi, perché proprio l’aver imparato a coltivare “in vitro” il plasmodio della malaria mi permise di iniziare la mia lunga esperienza di lavoro all’estero prima in Europa (Parigi) e poi in ovest e centro Africa.
Un primo grande progetto, finanziato dalla CEE cui fecero seguito altri, con le nuove esperienze non solo relative alla malaria (in oltre un decennio si è passati dall’Africa al sud est asiatico) ma pure i programmi di controllo delle Malattie a Trasmissione Sessuale che ci hanno portati dall’Africa continentale (Etiopia) alle isole dell’Oceano Indiano (correva l’anno 1996).
E nel frattempo in questi anni e precisamente nell’ottobre 1987 il passaggio da Pavia a Brescia. Carosi, chiamato ad occupare la cattedra di Malattie Infettive presso l’Università di Brescia, mi propose di seguirlo nella sua nuova avventura ed io senza alcuna esitazione accettai la proposta con grande entusiasmo.
E fu questo uno dei momenti più belli della mia carriera, quando con il Professore ci proponemmo di contattare Francesco Castelli ed Alberto Matteelli, entrambi impegnati a lavorare su programmi dell’OMS, rispettivamente in Mali (1987) e a Tanzania (1989) per tentare di riportarli “all’ovile” e ricompattare quel gruppo che già aveva operato con grande efficacia ed in grande armonia presso la clinica universitaria di Pavia. Ricostruire lo zoccolo duro non fu semplice allora, ma i successivi sacrifici e anche le rinunce portarono a consolidare sempre di più quel gruppo, ampliato da nuovi innesti “ad hoc”, e destinato a diventare un modello esemplare di scuola della quale il “maestro” Carosi è sempre andato molto fiero.
Ed infatti sotto la sua guida la scuola bresciana è cresciuta sia in ambito nazionale che internazionale in vari ambiti che, senza trascurare il tumultuoso dilagare della infezione da HIV, abbracciava anche la medicina tropicale, le infezioni a trasmissione sessuale e verticale, la tubercolosi, le epatopatie infettive e la antibioticoterapia.
Dalla clinica, alla prevenzione, alla sanità pubblica, la curiosità del Prof. Carosi era proverbiale e insaziabile. Curioso ed instancabile, era dotato di un carisma e di un fascino innato cui non hanno resistito generazioni di giovani studenti e collaboratori. Negli anni ’90 è stato tra coloro che hanno introdotto in Italia la cultura del rigore delle sperimentazioni cliniche multicentriche in Good Clinical Practice e dell’elaborazione di linee guida secondo moderni criteri di Evidence Based Medicine.
Il Prof. Carosi è sempre stato un tenace promotore delle innovazioni e della trasmissione del sapere e della conoscenza. Nel corso della sua carriera ha infatti ricoperto il ruolo di Presidente della Società Interdisciplinare per lo Studio delle Malattie Sessualmente Trasmesse (SIMAST), della Associazione Nazionale di Parassitologia Medica e della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT), oltre che Vice – Presidente della Società Italiana di Medicina Tropicale (SIMET) e componente della Commissione Nazionale AIDS e di Commissioni Tecnico-Scientifiche di AIFA e di EMA.
Negli ultimi anni della sua vita, dopo aver fondato e diretto la Fondazione Malattie Infettive e Salute Internazionale, ha dedicato il suo tempo a Medicus Mundi Italia – ONLUS e ora ETS di cooperazione sanitaria internazionale di cui è stato presidente per 12 anni dal 2012 al 2024, guidandola con dedizione, competenza e saggezza e facendola crescere promuovendo progetti in numerosi Paesi africani
All’inizio del suo primo mandato da Presidente dopo un viaggio in Burkina in cui io stesso lo avevo accompagnato, scrisse: “La lezione che ho appreso e che vorrei trasmettere è che solo lavorando sul contesto, istruzione, igiene, sanità, formazione e sulla globalità delle patologie e solo trasferendo nel contesto le conoscenze e le metodologie appropriate, Medicus Mundi potrà continuare a fare un lavoro utile nell’approccio alla salute globale”
Il Prof. Carosi ha lasciato moltissimo a Pavia, a Brescia, in tutte le Società scientifiche in cui è stato attivo, nei giovani che ha cresciuto, in Medicus Mundi e in chiunque abbia avuto l’occasione di interagire con lui.
Persona di grande fascino e carisma, era capace di dialogare con i potenti e con gli umili con il medesimo rispetto traendone uguali insegnamenti.
Era uno dei rari uomini capaci di far coincidere gli obiettivi dei singoli con quelli del gruppo, con una saggia selezione dei collaboratori, lo stimolo della competitività leale tra questi, ma soprattutto con la creazione di uno spirito di corpo, e tutti noi gli dobbiamo essere grati per averci consentito di esprimere le nostre opinioni e averci sempre ascoltato. Io come tutti gli allievi che lo hanno seguito o hanno collaborato con lui, ma anche coloro che lo hanno soltanto conosciuto, dobbiamo considerarci dei veri privilegiati.
Certamente lascia un vuoto anche nella vita personale e familiare di molti di noi cui spetta, oggi, essere degni dei suoi grandi insegnamenti.
Buon viaggio Professore
Silvio Caligaris
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