Intervista a cura del dott. Germano Bettoncelli e del prof. Alberto Signoroni
Federico Faggin è l’inventore del primo microprocessore commerciale. Un’innovazione che negli anni Settanta ha aperto la via al futuro delle tecnologie dell’informazione, e che nel 2010 gli è valsa la Medaglia Nazionale per la Tecnologia e l’Innovazione consegnatagli dal presidente Obama.
Fisico di origini vicentine, naturalizzato statunitense, Faggin è stato anche il creatore della tecnologia MOS Silicon Gate (transistori MOS con porta di silicio policristallino) destinata a diventare la base per la produzione di tutti i moderni circuiti integrati. Negli USA ha dato vita a importanti progetti imprenditoriali per lo sviluppo delle tecnologie informatiche, fra cui touchpad, touchscreen e sensori d’immagine. E’ autore di libri fra cui Silicio. Dall’invenzione del microprocessore alla nuova scienza della consapevolezza (2019), Irriducibile. La coscienza, la vita, i computer e la nostra natura (2022) e il recentissimo Oltre l’invisibile. Dove scienza e spiritualità si uniscono (2024).
Il gruppo di lavoro interdisciplinare sull’IA dell’Ordine, partecipato da medici e ingegneri, lo ha intervistato in collegamento con Palo Alto, nella Silicon Valley dove risiede, per una chiacchierata all’ora (californiana) del caffè.
Professor Faggin, oggi l’intelligenza artificiale viene descritta come potenzialmente sostitutiva di quella umana. Si tratta di un concetto davvero plausibile?
L’inganno comincia addirittura a monte dell’intelligenza artificiale, quando Shannon – che già dal 1948 aveva dato vita alla teoria dell’informazione – ha definito l’informazione come una probabilità. Basta quindi che un simbolo si manifesti e che venga riconosciuto per dire che c’è informazione. Ma questo non è quello che succede con noi umani: per la nostra intelligenza l’informazione è il significato portato dai simboli, non i simboli senza significato. I simboli esistono perché esiste il significato prima di loro. Quindi l’uso della parola informazione per definire una probabilità – come fa la fisica, in particolare quella quantistica, per ciò che è misurabile nello spazio tempo – è un uso improprio sin dall’inizio, e non fa altro che peggiorare il problema, perché cancella le differenze tra l’uomo e la macchina.
Partendo da quei presupposti l’informazione ha mosso i suoi passi, con l’avvento dei computer, e oggi dell’intelligenza artificiale, prendendo i simboli senza significato e codificandoli come se fossero il significato dei simboli.
Ma noi, a differenza delle macchine, siamo esseri dotati di interiorità, e il significato dei simboli esiste nella nostra coscienza, la probabilità e il significato sono due concetti completamente diversi. Analizzare questi aspetti significa confrontarsi con il problema di che cos’è la coscienza.
Sembrano distinzioni filosofiche, ma in realtà non lo sono, è così?
Si tratta di distinzioni importantissime, perché in questo modo la natura umana è stata cancellata dalla scienza, è stata cancellata dalla fisica e dall’ingegneria. Questo è un gravissimo problema.
La coscienza è ciò che ci permette di conoscere e comprendere il significato dei simboli, ponendoci al centro di un problema che ha alla base la questione mai soddisfatta di “chi siamo noi?”. Siamo solo una macchina o siamo qualcosa di più?
L’intelligenza artificiale non fa altro che prendere i simboli che noi le diamo in pasto per trovare delle correlazioni che sono una imitazione della nostra comprensione. Mentre la comprensione della coscienza va molto oltre ai simboli.

Cosa possono offrirci le macchine e gli algoritmi?
Avendo a disposizione tutto lo scibile umano – pensiamo a Wikipedia, a tutti i libri che sono stati scritti – questi dati che possiamo “dare in pasto” al computer hanno una certa coerenza, quindi l’algoritmo che istruisce il computer individua correlazioni tra le probabilità dei simboli (che sono pura informazione senza significato) al punto che il computer, meccanicamente, riesce a dire delle cose sensate per la maggior parte delle persone. Asserzioni che sono migliori di quello che un individuo normale potrebbe dire su argomenti che non sa.
Negli argomenti di cui una persona è esperta, il computer dice delle cose che sono abbastanza banali, sensate ma banali.
La differenza fondamentale è che la nostra creatività, che non è algoritmica, non è basata sulle permutazioni di simboli, ma è basata sulla comprensione. Questa è l’essenza di chi siamo: noi creiamo frasi mai esistite prima, perché rappresentano nuovi significati. E i significati vengono prima dei simboli.
I nomi che vengono utilizzati, informazione, intelligenza artificiale, generano una certa confusione già in partenza…
Il problema è che oggi noi siamo intrisi di quello che chiamo scientismo, cioè una visione del mondo che è meccanicista, ed è basata sul riduzionismo, cioè tutta una serie di idee che vanno bene solo per la fisica classica, mentre nella fisica quantistica queste cose sono diverse.
L’approccio della fisica quantistica ha risvolti straordinari perché, secondo la nuova teoria che ho proposto con il prof. D’Ariano, rappresenta l’interiorità della natura, cioè quello che conosciamo dentro di noi, il significato. Ma il significato non è fatto di numeri, non è una cosa matematica perché può essere solo conosciuto da dentro, dai campi quantistici coscienti.
Quindi, tornando alla nozione di “chi siamo”, la risposta è che non siamo il corpo, ma il campo quantistico cosciente che controlla il corpo, e questo cambia completamente la prospettiva, aprendoci un orizzonte che ridà significato e scopo all’universo. Diversamente, in un universo fatto di oggetti che si muovono nello spazio tempo secondo leggi deterministiche – secondo la visione della fisica classica – non potrebbe esistere né libero arbitrio né coscienza.
Gran parte delle persone pensa ormai che le macchine possano fare un discorso con loro, abbiano sempre una capacità di risposta. Siamo in questo grosso “inganno”, che si aggrava sempre di più: come facciamo a tenere su piani diversi la capacità di argomentare delle macchine e quella degli umani?
L’idea che l’IA possa avanzare continuamente in questo modo è sbagliata. Perché i progressi sono stati fatti usando tutta l’informazione che fa parte dello scibile umano. E adesso per imparare di più, per saperla più lunga, ci vuole nuova informazione. Ma il computer non può creare nuove informazioni. Siamo noi che creiamo nuova informazione, cioè nuovi significati. E in ogni caso il computer, non avendo buon senso, non può capire queste cose, perché non ha la comprensione che proviene dalla coscienza.
Ritengo che l’intelligenza artificiale sia arrivata a una specie di picco, e visto il grande successo che ha avuto si illude che continuerà, come avviene nei semiconduttori, a raddoppiare ogni due, tre anni. Ma questo è folle. Perché non è così: questo successo si basa sul fatto che oggi abbiamo dato in pasto ai computer tutta l’informazione coerente che abbiamo prodotto nella nostra storia. Ora non ce n’è più, non si può conoscere di più. Il computer non può farlo perché non ha la capacità di capire e nemmeno una sua volontà.
Ma l’uomo se ne rende conto?
Molti di coloro che fanno intelligenza artificiale sono “materialisti” nella misura più profonda che conosciamo, e hanno anche una forma di ingenuità incredibile, perché non hanno mai pensato a cosa vuol dire la coscienza. Le emozioni vengono viste come qualcosa che disturba, si tende a eliminare ciò che è umano, ad esempio il cuore come centro delle emozioni, delle sensazioni, dei sentimenti, dell’empatia, dell’etica, del coraggio.
Parliamo di quello che è l’aspetto più profondo dell’umanità, cancellato da uno scientismo che vede soltanto quella parte che si può misurare nello spazio tempo, mentre alla base dell’esistenza umana non c’è spazio, tempo, materia, energia, ma c’è esperienza, conoscenza e significato. Noi vogliamo conoscere noi stessi per conoscere la totalità di ciò che esiste, Uno. Cioè per scoprire ancora più significato. Questo scientismo, invece, porta alla alienazione completa dell’uomo.
Se si cancella il significato della vita, se la vita è solo definita in base alla sopravvivenza del più adatto, che è purtroppo il mantra scientifico attuale, a che cosa serve la vita allora? Se noi pensiamo che quando il corpo muore non esistiamo più, quindi siamo macchine, a cosa serve la vita? Il rischio reale è di comportarci davvero come macchine.
Ma chi ha deciso che siamo macchine? Gli scienziati che vivono soltanto in quella fetta della loro mente che è razionale e che si basa sulle misure fatte nello spazio tempo? Ma la nostra coscienza non è nello spazio tempo. I campi quantistici non esistono nello spazio tempo, esistono in una realtà più profonda, da cui emergono lo spazio tempo, la materia, l’energia come fenomeni conoscitivi. Noi siamo i campi, non siamo il corpo, quindi la prospettiva dev’essere cambiata completamente.
Quindi, dottor Faggin, esiste davvero un rischio di consumismo digitale che può distogliere dalla conoscenza della realtà vera?
Assolutamente. Quando questi tecnici parlano dell’intelligenza artificiale che ci sostituirà, hanno già deciso che la coscienza non vale niente, che noi non abbiamo il libero arbitrio e tanto vale che ascoltiamo e obbediamo all’intelligenza artificiale che hanno creato loro. Così diventiamo sudditi. Non tanto dell’intelligenza artificiale, che non capisce niente e non vuole niente, ma di chi l’ha creata. E questa è una forma di schiavizzazione.
Già adesso ci schiavizzano dandoci principalmente l’informazione che noi abbiamo dimostrato di volere. Quando entriamo nel web per fare delle ricerche, per farci cliccare più in fretta ci mandano l’informazione per cui abbiamo dimostrato interesse. Quindi anche lì ci riducono, e noi senza accorgercene andiamo nella direzione che loro hanno segnato. Questo è un problema gravissimo che sta avvenendo oggi. E l’intelligenza artificiale diventa uno strumento incredibile per chi vuole controllarci, così come può essere uno strumento incredibile per chi vuole usarla bene. Se viene usata bene, ci può portare più in fretta a capire chi siamo: esseri spirituali, non macchine. Ma se invece chi la crea vuole solo fare soldi su di noi? Il risultato è quello che stiamo vedendo.
Come ad esempio le difficoltà che emergono quando le risposte che si ottengono dalla macchina perpetuano differenze di genere o differenze sociali…
Certo, non fanno altro che propagare i pregiudizi che già esistono. Quindi se c’è un pregiudizio razzista, questo è riflesso automaticamente in quello che dirà l’intelligenza artificiale, in quello che ci farà fare. Diventa tutto deterministico, basato su quegli algoritmi utilizzati per darci l’informazione che vogliamo.
Quindi per usare bene l’intelligenza artificiale dobbiamo capire chi siamo e saperla più lunga dell’intelligenza artificiale stessa. Non possiamo “fidarci”. L’IA ci può dare delle combinazioni nuove, per esempio, ma combinazioni di cose che già esistono: possono esserci utili, ma siamo noi che dobbiamo vagliarle e capirle.
In altre parole, l’intelligenza artificiale non può fare nulla che noi non possiamo fare, lo può solo fare più in fretta e su un campo di informazione di dati più vasto di quello a nostra disposizione. Questo ci risparmia tempo, perché se ci volessero tre mesi a vagliare certe informazioni non avremmo il tempo di farlo. Se la useremo intelligentemente l’IA ci permetterà di avanzare la nostra conoscenza molto più in fretta di quello che potremmo fare da soli. In questo senso la vedo come una grande conquista. Ma se viene usata male, è come l’energia atomica usata per fare una bomba invece di una centrale elettrica.
Secondo lei da dove origina la mancanza di comprensione e coscienza nelle macchine? Se provassimo a pensare di sostituire, in un cervello umano, i neuroni biologici con dei neuroni di silicio, facendo in modo che questi ultimi prendano il posto e conservino le funzioni di processamento dell’informazione dei neuroni biologici, che cosa avverrebbe? Si perderebbe la coscienza?
Prima di tutto i neuroni non hanno niente a che fare con i circuiti integrati. Questa è un’altra favola dello scientismo. Tra l’altro i biologi sanno che la vita è stata studiata soprattutto come fenomeno biochimico classico. Le cellule viventi sono invece fenomeni quantistici e classici che hanno bisogno di un tipo di informazione che non è stata nemmeno pensata. Nel libro Irriducibile, e prima ancora nel libro Silicio, l’ho chiamata “informazione viva”. Informazione viva sono stati quantistici nello spazio tempo, quindi stati eccitati dei campi nello spazio-tempo che interagiscono tra di loro secondo le leggi quantistiche, che sono indeterministiche, non secondo le leggi classiche che sono invece deterministiche. Il computer è completamente classico e deterministico, le cellule viventi sono quantistiche e classiche.
Quindi l’idea che possiamo sostituire un neurone con un circuito integrato di un computer non ha senso, è stupida, e dice quanta ignoranza c’è nello scientismo (non della scienza con la S maiuscola, ma in questa visione della realtà che vede tutto come se fosse una realtà classica).
La teoria che ha elaborato e che illustra anche nel libro Oltre l’invisibile è proprio quella di una realtà “quantistica”.
La realtà più profonda non è classica, è quantistica. Ed è proprio lì che esistono la coscienza e il libero arbitrio, che sono intrecciati fra di loro. Solo nel contesto della fisica quantistica queste cose avvengono e possono essere comprese, perché la fisica quantistica descrive una realtà olistica, che non è fatta di parti separabili, mentre la fisica classica si basa sull’idea di parti separabili e sistemi chiusi. Se partiamo dal concetto di conoscenza come principio fondamentale della realtà penso che si potrà spiegare spazio, tempo, materia, energia in termini nuovi che permetteranno di unire i due pilastri, la fisica quantistica e la relatività generale di Einstein, come nessuno finora è riuscito a fare.
In medicina si guarda con interesse alle possibili applicazioni dell’IA, ma affiorano anche dubbi sulle criticità di questo nuovo scenario. Dall’etica della responsabilità – un risultato in campo medico mediato dall’IA è da attribuire alla macchina o all’uomo? – alla relazione medico-paziente, che non si sostanzia esclusivamente di atti meccanici, ma anche di elementi legati a quell’idea di coscienza cui lei più volte si è richiamato.
Ci sono alcune applicazioni, per esempio la diagnosi medica, in cui l’intelligenza artificiale, essendo stata addestrata sulla base di una casistica molto ampia, può dare delle risposte che potrebbero essere migliori di quelle di un tipico medico. Però ci vuole sempre il buon senso del medico per poi vagliare quello che gli viene detto dall’IA e metterlo in relazione con tutti gli altri aspetti che riguardano il paziente. Noi siamo molto più vicini ad un sistema olistico che a un sistema riduzionistico fatto di parti separate. Davanti ad un malato si tratta di capire anche l’aspetto psicologico, che ha un impatto molto importante, e di esercitare l’empatia. Cosa che l’intelligenza artificiale non può fare, perché non prova nessuna emozione.
Anche in medicina, è sbagliato proiettare umanità, coscienza e comprensione sull’intelligenza artificiale. Siamo noi che dobbiamo sempre mantenere la responsabilità delle decisioni finali. Ma c’è una spinta molto forte a farci credere che l’intelligenza artificiale sarà meglio di noi e ci possa sostituire, invece che aiutarci. E questo sarebbe un disastro: è ciò che sta avvenendo soprattutto a livello militare, dove si è portati a far decidere a un drone di buttare una bomba, per esempio, senza che ci sia un intervento umano. Questa è una strada che porta all’autodistruzione.
Ci tengo a ribadirlo: i pericoli che vedo sono legati all’uso inappropriato dell’intelligenza artificiale. Se usata bene ci può dare una mano enorme. Non sono contro l’IA, sono contro il suo abuso.
Nell’indagine scientifica spesso si procede dal macro verso il micro, e anche in medicina si osservano dei sintomi, si misurano dei parametri, per poi cercare di studiare gli stati fisio-patologici con gradi di dettaglio sempre più fini. Nel caso del suo approccio, invece, sembra avvenire un processo aggregativo, dal micro al macro. Lei attribuisce ai costituenti fondamentali della materia delle unità di coscienza, che chiama “seity”. Fino ad arrivare a una coscienza umana autoconsapevole. Ci illustra la sua teoria?
Ho coniato questo nuovo termine, seity, proprio per indicare l’ente cosciente, che è un campo quantistico che ha coscienza e libero arbitrio. La fisica quantistica, infatti, ci mostra come si possono creare strutture e stati che sono più della somma delle parti (a differenza della fisica classica, per cui il tutto è semplicemente la somma delle parti).
L’aspetto fondamentale della mia teoria è che ci sono più livelli di realtà. La realtà più profonda è la realtà del significato, la realtà semantica, che non esiste nello spazio-tempo. Esiste invece all’interno dei campi, conoscibile solo da essi. I campi definiscono strutture che sono potenzialmente infinite, mentre le particelle sono gli stati eccitati dei campi, i simboli con cui i campi possono comunicare significato con altri campi. Il fatto più importante è che lo stato quantistico del campo ha le stesse caratteristiche dell’esperienza cosciente, perché non è riproducibile, a differenza dell’informazione del computer, che si può copiare. Quindi si capisce perché la coscienza possa essere una proprietà del campo.
Questo approccio apre nuovi orizzonti, perché porta all’idea di un universo che ha significato e scopo sin dal suo inizio. Lo scopo è di conoscere sé stesso. Come ho espresso nel libro Oltre l’invisibile, Uno è la totalità di ciò che esiste ed è olistico, dinamico, proprio come dice la fisica quantistica, ma ha una proprietà in più: vuole conoscere sé stesso. Questo implica il libero arbitrio e la coscienza, cioè la capacità di conoscere sé stesso. Quando Uno conosce sé stesso con un nuovo punto di vista, Esso porta in esistenza ciò che conosce. Conoscenza ed esistenza sono quindi due facce della stessa medaglia.
![]()





























































































