La caposala mi ha riferito che il paziente vorrebbe parlarmi. Ha detto che non c’è fretta, ma avrebbe bisogno di un po’ del mio tempo. Quando entro in stanza per la prima visita, chiede subito un colloquio in un luogo più riservato.
È stato ricoverato per un malore, probabilmente una presincope vagale, nulla di apparentemente grave, ma i medici del pronto soccorso, in considerazione dei suoi 85 anni e che vive solo non se la sono sentiti di dimetterlo e l’hanno inviato in corsia.
Dobbiamo andare in un ambulatorio libero. Lo osservo mentre si alza e nel breve tragitto che dalla camera ci porta a destinazione. Ogni movimento è lento: si alza lentamente, cammina lentamente, si siede lentamente.
Inizia a parlare di sé cercando di accreditarsi una prestigiosa posizione sociale, esibendo conoscenze che dovrebbero essere comuni, quindi, a parer suo, altolocate (sic!).
È ammiccante, probabilmente vuole un trattamento di riguardo. Cerca anche complicità maschile raccontandomi cose private: “grande amatore” vuole sapere se il disturbo che l’ha portato in ospedale sarà d’impiccio alle sue performance virili, se potrà continuare a prendere le “pillole che lei sa”.
Lo ascolto, anche se ciò che dice non ha alcuna rilevanza clinica, mentre il mio sguardo resta attratto dal nero corvino dei suoi capelli. Mi trasmette un’impressione di vuoto. Con un’espressione misurata, gli rispondo che, sebbene il problema sia significativo in senso assoluto, in questo momento è secondario e verrà affrontato non appena sarà chiara la diagnosi che lo ha portato in ospedale.
Nella riunione mattutina del giorno successivo la caposala riferisce che durante la notte il paziente ha avuto febbre molto alta, è stato confuso, ha scavalcato le spondine ed è caduto dal letto fortunatamente senza alcuna conseguenza. Ora, dopo la terapia notturna, si sta sfebbrando – probabilmente il malore che l’ha portato in pronto soccorso era prodromo di un’infezione, o meno probabilmente l’attuale infezione è ospedaliera.
È la prima persona che vado a visitare terminato il meeting. Ha il volto sofferente, gli occhi chiusi, è palesemente stremato dopo la difficile notte. È madido, dalla fronte e dal volto scendono grosse gocce di sudore nero che vanno a imbrattare il cuscino rivelando un domestico fai da te della tintura dei capelli.
Penso con tristezza alla virilità ostentata il giorno precedente nel nostro colloquio “privato”, ma nella mente affiora anche un “quia pulvis es et in pulverem reverterteris”.
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