Il 4 settembre 2025 è una data che potremmo definire “storica”: il Consiglio dei Ministri approva finalmente lo schema di Disegno di Legge “Delega al governo in materia di professioni sanitarie e disposizioni relative alla responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”. Il provvedimento interviene anche sulla responsabilità professionale medica.
Modifica la normativa attualmente vigente, incidendo sul Codice penale e sulla Legge Gelli-Bianco in modo da limitare la punibilità per i reati di omicidio colposo e lesioni colpose all’ipotesi di colpa grave, quando il professionista si attiene a linee guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate al caso concreto. In pratica, rende stabile e strutturale quello che giornalisticamente è stato definito lo “scudo penale” per i professionisti sanitari. Un provvedimento molto atteso dal mondo sanitario ma anche da quello giudiziario, e che la Fnomceo sostiene da tempo.
Il 97% delle cause contro i professionisti si conclude infatti con un nulla di fatto, con l’assoluzione o l’archiviazione. Elevatissimi i costi, sia per i medici ingiustamente incolpati, che si vedono rovinata la vita e la carriera, sia per i sistemi sanitari, che, per il timore generalizzato delle denunce, vedono lievitare i costi della medicina difensiva, e aumentare gli abbandoni nelle branche più a rischio, nelle quali non si formano nemmeno più i nuovi specialisti. Ma anche per l’apparato giudiziario, appesantito da cause che durano anni e che si dimostrano, poi, nella maggior parte dei casi, infondate.
Abbiamo dunque apprezzato l’intervento del Governo e in maniera particolare del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del Ministro della Salute Orazio Schillaci e del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, sulle Professioni sanitarie, con un Disegno di Legge che ha l’obiettivo dichiarato di rendere il Servizio sanitario nazionale in grado di attrarre e trattenere i suoi professionisti, aumentandone il numero, migliorandone le condizioni di lavoro, prevedendo incentivi, alleggerendo i carichi burocratici e affinando e sviluppando i percorsi formativi, anche in relazione alle nuove tecnologie e all’Intelligenza artificiale. Interviene sulla responsabilità professionale, rendendo il medico che si sia attenuto alle linee guida e alle buone pratiche clinico assistenziali punibile solo per colpa grave. Inoltre, nell’accertamento della colpa e del suo grado si tiene conto della scarsità delle risorse, delle carenze organizzative, della contraddittorietà delle evidenze scientifiche, della disponibilità o meno di terapie, della complessità della patologia, dell’urgenza e di altri fattori che possono influenzare l’attività sanitaria. Condizioni, quelle della scarsità delle risorse umane e materiali e delle carenze organizzative che, come ha rilevato anche il Consiglio nazionale Fnomceo in una recente mozione, si sono nel tempo aggravate, determinando una crescente difficoltà nella pratica professionale.
I numeri del fenomeno
Un medico su tre ha ricevuto, nella sua carriera, una denuncia: di tipo penale nel 43,6% dei casi, civile nel 30,8% e di entrambe le tipologie nel 25,6%. È il risultato di una recente survey condotta dal sindacato Anaao- Assomed, che fa il paio con gli appelli lanciati anche da altri sindacati, come la Federazione Cimo-Fesmed, per sensibilizzare su questo fenomeno. Ogni anno, infatti, in Italia vengono intentate 35.600 nuove azioni legali, mentre ne giacciono 300mila nei tribunali contro medici e strutture sanitarie pubbliche. Tra la denuncia e la sentenza, però, passano anni: anni di sofferenza per il medico, spesso sottoposto, prima ancora che al giudizio del tribunale, a un processo mediatico, con gravi ripercussioni sulla sua vita privata e professionale. Ma anche anni di costi per lo Stato, che sconta la lentezza della macchina giudiziaria. Costi cui si sommano quelli indiretti: quelli dovuti alla medicina difensiva, che, secondo stime recenti, si aggirerebbero attorno agli 11 miliardi di euro l’anno. Ma anche quelli, più difficilmente quantificabili ma non meno elevati, dovuti all’abbandono del Servizio sanitario da parte dei medici che, sempre più demotivati, vessati da denunce ingiuste e violenze ingiustificabili, costretti a lavorare oltre i limiti, rinunciando alle ferie, regalando ore di straordinari, sentendosi in colpa se si ammalano o devono assentarsi per la maternità, fuggono verso il privato, l’estero, il prepensionamento, la libera professione.
Rendere stabile lo scudo penale, in attesa di una revisione strutturale della materia
Da tempo la Fnomceo denuncia questa situazione in tutte le sedi istituzionali, portando all’attenzione dei decisori politici proposte concrete: prima tra tutte quella del cosiddetto “scudo penale”, vale a dire la limitazione della punibilità ai soli casi di colpa grave, tenendo conto delle condizioni di lavoro dell’esercente la professione sanitaria, dell’entità delle risorse umane, materiali e finanziarie concretamente disponibili in relazione al numero dei casi da trattare, del contesto organizzativo in cui i fatti sono commessi nonché del minor grado di esperienza e conoscenze tecniche possedute dal personale non specializzato. Condizioni queste che, come ha rilevato anche il Consiglio nazionale in una recente mozione, si sono nel tempo ulteriormente aggravate. Determinando “una crescente difficoltà nella pratica professionale, in termini di carichi lavorativi difficilmente sostenibili e di pesante cumulo di responsabilità, di cui i medici devono farsi carico per garantire ai cittadini un Servizio Sanitario Nazionale al quale vengono rivolte crescenti aspettative e che, grazie all’impegno della categoria, continua a produrre in carenza di risorse, rilevanti risultati di salute”.
Abbiamo trovato interlocutori attenti e sensibili nel Ministro della Salute Orazio Schillaci, nel Ministro della Giustizia Carlo Nordio, nel vice-Ministro Francesco Paolo Sisto tanto che lo “scudo penale” per i medici è oggi una realtà. Una realtà che, dopo diversi rinnovi, merita ora, anche secondo il Governo, di diventare stabile e strutturata, per restituire ai medici la giusta serenità che è il presupposto essenziale per la sicurezza delle cure. Tutto questo in attesa di una revisione della disciplina sulla colpa professionale medica che parta dai lavori della “Commissione d’Ippolito”. Concordiamo con la posizione espressa dal magistrato Adelchi d’Ippolito, che coordina la Commissione Nazionale sulla colpa medica, istituita con decreto del Ministro della Giustizia del 28 marzo 2023, che ha affermato che “L’obiettivo non è certo l’impunità, ma quello di individuare un perfetto punto di equilibrio tra la piena tutela del paziente e la serenità del medico, perché un professionista sereno è di interesse della collettività”. Occorre, in altre parole, individuare il massimo equilibrio tra la serenità del medico nell’esercizio della sua professione e la piena salute delle persone. Un medico che lavora in condizioni di incertezza giuridica è un medico meno sereno, meno efficace, più vulnerabile. La responsabilità professionale deve essere valutata con rigore, certo, ma anche con saggezza, tenendo conto del contesto clinico, delle risorse disponibili, della complessità dei casi.
La legge Gelli-Bianco: un passo avanti, ma non basta
Con la Legge 24/2017 (nota come legge Gelli-Bianco), l’Italia ha compiuto un passo importante verso un modello di responsabilità professionale medica più equo, distinguendo tra colpa civile e penale, e valorizzando l’adesione alle linee guida come criterio di valutazione. Tuttavia, l’applicazione concreta di questa legge è ancora troppo disomogenea e incerta. Servono interventi correttivi, chiarezza interpretativa, e soprattutto una maggiore consapevolezza culturale da parte di tutti gli attori in gioco. La Fnomceo ritiene fondamentale la rapida adozione dei decreti attuativi della legge Gelli-Bianco sulla responsabilità professionale, che si attendono da oltre sei anni. È stata invece accolta e inserita nel DDL appena approvato l’altra nostra richiesta, la limitazione dei casi di punibilità penale del personale sanitario alle sole condotte caratterizzate da dolo o colpa grave. In questo modo la legislazione italiana si allineerà, almeno in parte, a quella della quasi totalità dei Paesi del mondo: ad oggi, solo in Italia, Messico e Polonia l’errore del medico può, in generale, essere sanzionato penalmente.
La cultura dell’errore: da colpa a occasione di crescita
L’errore, in medicina, è inevitabile. Ma può diventare un’occasione preziosa se affrontato con onestà, trasparenza e spirito di miglioramento. Serve una cultura dell’errore che non sia punitiva, ma formativa. Che non isoli il medico, ma lo sostenga. Che non cerchi il colpevole, ma le cause sistemiche.
In molti Paesi si stanno sperimentando con successo modelli basati sulla “no blame culture”, dove l’analisi degli eventi avversi non ha lo scopo di punire, ma di prevenire. Anche l’Italia può e deve andare in questa direzione, attraverso percorsi formativi specifici, sistemi di auditing clinico, e soprattutto una governance sanitaria che premi il miglioramento continuo, non il perfezionismo astratto.
L’approccio che riteniamo giusto all’errore è di tipo sistemico e non personalistico, poiché quest’ultimo amplierebbe gli scenari che conducono alla medicina difensiva e quindi alla mancata serenità del medico nello svolgere la propria professione. Occorre contrastare la medicina difensiva e creare un’area di non punibilità che valga a restituire al medico la serenità dell’affidarsi alla propria autonomia professionale e, per l’effetto, ad agevolare il perseguimento di una garanzia effettiva del diritto costituzionale alla salute. È comprensibile che individuare un responsabile per gli errori in sanità sia più semplice per le istituzioni, ma questo non risolve in ogni caso il fatto che tali eventi possano verificarsi di nuovo. Riteniamo invece che bisogni lavorare sull’organizzazione; per questo è necessario un sistema forte di Risk Management che parta dal “near miss” (quasi errore), evento che potrebbe aver determinato conseguenze avverse che invece non sono avvenute, e lo consideri lezione gratuita al fine di rendere più efficiente ed efficace il sistema organizzativo in ambito sanitario. Esprimiamo quindi perplessità sul quadro normativo attualmente vigente, che di fatto non evita ai medici l’inizio di un procedimento penale con tutte le conseguenze ed i disagi dal punto di vista mediatico ed economico e della qualità di vita privata e professionale che il processo penale può comportare.
La relazione medico-paziente: un’alleanza fragile
Nel cuore di ogni atto medico c’è una relazione: quella tra il medico e il paziente. È un’alleanza basata sulla fiducia, che però oggi appare sempre più fragile. L’informazione – o meglio, la disinformazione – spesso alimenta sospetti, aspettative irrealistiche, pretese consumistiche. Eppure, quando la comunicazione è autentica e la fiducia è reciproca, il rischio di contenzioso crolla. I pazienti non chiedono infallibilità: chiedono ascolto, comprensione, accompagnamento.
È per questo che, come Fnomceo, riteniamo prioritario promuovere una formazione continua non solo tecnica, ma anche umanistica, orientata all’empatia, alla comunicazione efficace, alla gestione delle emozioni. Il medico è prima di tutto un essere umano che cura altri esseri umani.
Gli interventi necessari
Il DDL che introduce le nuove disposizioni della responsabilità professionale costituisce un importante passo in avanti verso una revisione complessiva della responsabilità professionale in ambito sanitario. Questa tutela per i professionisti sanitari non costituisce certo un’impunità, in quanto l’esercente è in ogni caso punibile per colpa grave, e non mette a rischio i risarcimenti dei cittadini per gli eventi avversi, da ottenersi in sede civile. Risarcimenti che saranno anche più rapidi non dovendo attendere, come spesso accade se i due procedimenti sono interconnessi, la conclusione del procedimento penale. Restituisce, al contrario, la giusta serenità ai professionisti, rinsaldando quella relazione di cura con i cittadini che, per essere tale, deve essere fatta di fiducia reciproca. Rende inoltre di nuovo attrattivo il Servizio sanitario nazionale che, oggi, non è in grado di trattenere i suoi professionisti né di ingaggiarne di nuovi: e in questo un ruolo importante giocano le condizioni di lavoro, che mettono gli operatori in costante rischio di burnout per il superlavoro, le aggressioni, le denunce ingiuste. Ci auguriamo dunque che il DDL sia presto sottoposto al Parlamento per una rapida approvazione.
Tra le altre indicazioni della Fnomceo, la previsione di un risarcimento per i professionisti ingiustamente accusati, mutuando dal diritto civile l’istituto della lite temeraria. La verifica della percorribilità di un provvedimento che, quando il medico accusato sia assolto, ponga a carico del denunciante le spese processuali. E poi, l’accessibilità per il cittadino a procedure di risarcimento del danno eque, tempestive e trasparenti e un controllo più stringente per i messaggi pubblicitari che invitano a intentare azioni giudiziarie contro i medici. Ancora, lavorare sul rischio clinico per rendere la disciplina più uniforme sul territorio nazionale; rafforzare e diffondere le buone pratiche cliniche e la valutazione delle attività sanitarie misurate con indicatori di processo e di esito; implementare la formazione in materia di Risk management e di comunicazione medico-paziente. Infine, applicare e revisionare il Protocollo di intesa tra il Consiglio nazionale forense, il Consiglio superiore della Magistratura e la Fnomceo, per promuovere e orientare la revisione degli Albi dei periti e dei consulenti tecnici attraverso linee guida coerenti con la Legge 24 del 2017; emanare i decreti attuativi previsti dalla stessa Legge Gelli- Bianco, in particolare quello sui requisiti minimi delle polizze assicurative; verificare, al momento dell’iscrizione agli albi dei Ctu e dei periti, il possesso di elevate competenze tecniche e procedurali e revisionare i compensi.
Il ruolo delle istituzioni e della politica
La responsabilità professionale non è soltanto un fatto tecnico. È anche, e soprattutto, un tema politico. La tutela del lavoro medico, la garanzia di condizioni operative adeguate, la promozione della sicurezza delle cure, la lotta al contenzioso strumentale: sono tutte sfide che chiamano in causa il legislatore, le Regioni, le aziende sanitarie, i tribunali.
Occorre istituire sedi permanenti di confronto tra professionisti sanitari, giuristi, assicuratori, cittadini. Occorre incentivare pratiche di gestione del rischio clinico realmente efficaci. Occorre, soprattutto, una grande alleanza tra professione e istituzioni, fondata sul rispetto reciproco e sulla comune volontà di migliorare il sistema.
Conclusioni: prendersi cura di chi cura
La colpa medica, quando accertata, va affrontata con responsabilità. Ma prima ancora, va prevenuta attraverso una sanità che funzioni, una formazione aggiornata, un’organizzazione efficiente, una giustizia equa. E va gestita tenendo presente che dietro ogni errore c’è una persona, un professionista, un essere umano che ha scelto di dedicare la vita agli altri. Curare chi cura è oggi un dovere etico e civile. Solo così potremo costruire un sistema sanitario che non sia basato sulla paura dell’errore, ma sulla fiducia nella cura. Un sistema dove la responsabilità sia davvero condivisa, e dove il medico possa tornare a essere ciò che è sempre stato: non un tecnico infallibile, ma un alleato affidabile, un professionista competente, un custode della salute.
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