È domenica mattina, sono le sette, rientro in ospedale dopo due giorni di assenza per un convegno. Vado direttamente in studio senza passare dalla corsia. Tolgo le chiavi dalla toppa, segno convenzionale della mia presenza, per evitare che qualcuno bussi.
Ugualmente poco dopo la porta si apre ed entrano i figli di una paziente che ben conosco, con loro nei giorni scorsi ho già avuto numerosi colloqui.
La madre, di 98 anni, ha problemi di dimissione. Ha goduto di un’invidiabile salute fino a tre mesi fa. Viveva sola e bastava una loro semplice supervisione per i lavori domestici pesanti, al resto pensava lei, alle spese, alla cucina, all’assunzione dei pochi medicinali: era autonoma.
Poi una polmonite, una caduta, ed è iniziata la discesa verso l’attuale condizione di dipendenza: tre ricoveri in tre mesi, non è più in grado di alzarsi dal letto, ha bisogno di tutto.
Loro, i figli, avrebbero voluto evitare la vergogna del ricovero in RSA, preferendo riportare la madre a casa, ma pure si sono resi conto della difficoltà oggettiva di questa ipotesi, sono entrambi ultrasettantacinquenni, avrebbero voluto che mantenesse l’ospedalizzazione fino al recupero della sua autonomia, come era prima di ammalarsi, ma l’ipotesi è impossibile, la paziente non ha né può avere una condizione fisica e psichica da permetterglielo. Insomma, i consueti problemi di una persona molto vecchia e ritenuta sana ricoverata in ospedale per una malattia acuta.
Non riescono nemmeno a salutare che, forse un po’ spazientito, “chiederanno di prolungare il ricovero”, li travolgo con la litania della fragilità nella vecchiaia, cose a loro dette più volte nei precedenti incontri: la fragilità dei novantenni, il significato prognostico sfavorevole dei ricoveri ripetuti, i bisogni crescenti e critici dopo ogni ricovero, la necessità di aumentare l’assistenza a casa oppure del trasferimento in una residenza sanitaria, la cronica mancanza di posti letto, le badanti, ecc., ecc.
Mi ascoltano per educazione, ma dopo poco uno dei due, il maschio, mi interrompe: “Dottore ci perdoni, speravamo di incontrarla, il motivo di questa visita è diverso da quanto pensa; la mamma non ha più alcuna necessità di rimanere in ospedale, volevamo solo ringraziarla per la sua disponibilità ad ascoltarci quando gliel’abbiamo chiesto. Per noi sono stati giorni difficili, si sono prospettate scelte alle quali non eravamo preparati, l’insistenza era dovuta al nostro smarrimento. Ci ha pensato la mamma a risolvere il problema, forse non l’ha saputo, ma è mancata ieri l’altro, ci hanno detto che non ha sofferto, è morta nel sonno”.
Mortificato, abbozzo qualche inutile scusa, faccio le condoglianze e quando escono… provo vergogna della mia presunzione.
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