“OSS”, quarantenne, sempre disponibile, generosa, veloce: quando venti anni fa per la mancanza di infermieri l’ospedale ne aveva assunto dell’est Europa si era prodigata affinché si sentissero a casa e la lontananza dal loro paese fosse la più tollerabile, non risparmiandosi ugualmente commenti sarcastici sui loro modi freddi e non riconoscenti e spesso sull’abbigliamento delle ragazze, che a suo avviso dava loro l’apparenza di donnacce.
In reparto ho sentito anche raccontare della sua ingovernabile vivacità giovanile quando all’oratorio, con un maglione, aveva legato a un albero una ragazza disabile tirandosi addosso le ire violente della madre iperprotettiva, ma facendo invece felice la ragazza che per la prima volta si era sentita uguale a tutte le altre compagne, a loro volta già vittime degli scherzi innocui di questa Franti femmina.
Stamattina sono arrivato in corsia quando il turno delle 6 era appena iniziato, l’ho intravista attraverso una porta socchiusa intuendo dallo sgradevole odore che ne usciva si stesse occupando dell’igiene di un paziente. Poco più in là, da un’altra stanza, un campanello di chiamata suonava, e una paziente a voce alta ripetutamente reclamava, senza successo, la presenza di un’infermiera (“signorina, signorina!”). L’insistenza della chiamata e la mancata risposta mi ha innervosito, mi sono recato nella stanza dove prima l’avevo incontrata per capire perché tardasse a rispondere, quello era il suo settore.
Accanto al paziente stava svolgendo la più umile delle mansioni con automatica e pietosa destrezza: alla mia domanda ha risposto senza esitazione che l’urgenza era qui, che aveva verificato il grado di bisogno di chi chiamava, che sapeva chi poteva aspettare. Il paziente che stava lavando e profumando – da fare ancora la barba – era morente, la figlia che di lì a poco sarebbe arrivata, tardi per trovarlo ancora in vita, doveva vederlo in ordine. Avrebbe dovuto immaginare che il padre fosse morto in modo dolce, e il non esserle stata vicino nel momento del trapasso non provocarle alcun senso di colpa negli anni a venire.
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