Il nostro Sistema Sanitario Nazionale (SSN) nasce nel 1978 sull’onda delle analoghe riforme che hanno interessato diversi paesi. L’idea alla base è quella di assicurare a tutti i cittadini pari accesso alle prestazioni sanitarie, indipendentemente dal reddito, bisogno di cure, “produttività” nel reintegro di un livello di salute accettabile Il modello nasce come una struttura gerarchica molto accentrata alla Beveridge (The National Archives 2025) e infatti inizialmente ricalca molto il sistema sanitario inglese.
Diversi problemi ne cambiano profondamente la struttura organizzativa: Il ruolo sempre più rilevante dato alle Regioni ha infatti fatto sì che nel tempo, più che un singolo SSN, si siano creati venti SSR che richiedono un ulteriore sforzo di organizzazione e coordinamento che nel tempo potrebbe minare la sostenibilità stessa del sistema. Questi fattori organizzativi si inseriscono infatti all’interno di uno scenario già complesso. L’aumento della speranza di vita, combinato con un fenomeno di denatalità rende sempre più problematico l’equilibrio fra entrate e uscite del SSN. La maggiore efficienza ed il progresso medico per assurdo peggiorano questo quadro: aumentano i costi (migliori tecnologie costano di più), aumenta la domanda (maggiore sopravvivenza, incremento del numero di utenti per il SSN). Infine il presente quadro di incertezza a livello internazionale porta da un lato ad una ulteriore riduzione delle entrare (si riduce il PIL) e dall’altro ad un aumento delle spese (per sostenere la difesa nazionale, per aiutare le imprese in crisi).
In questo quadro si assiste purtroppo ad una riduzione molto importante del principio di solidarietà che se dapprima ha colpito solo qualche Regione (spesso quelle del Sud), adesso interessa tutta l’Italia. Questo aspetto è spesso strisciante e silenzioso: non si assiste infatti ad una riduzione trasparente delle cure offerte, ma ad una progressiva riduzione della loro qualità così che molti individui finiscono per rivolgersi alla sanità privata non solo come offerente di produzione ma anche dal punto di vista del finanziamento della spesa.
Uno dei problemi più sentiti riguarda il problema delle liste di attesa. Sebbene molto sentito (Academy of Health Care Management and Economics & SDA Bocconi 2022), in l’Italia non esiste un sistema centralizzato di raccolta sistematica e dell’andamento, in tutte le regioni italiane, delle prestazioni sanitarie domandate e offerte I dati a livello nazionale mostrano che nei primi sette mesi dell’anno un totale di oltre 33 milioni di prestazioni sono state richieste e di queste circa 2 milioni sono state messe in pre-lista (il cittadino non ha avuto un appuntamento subito, è stato inserito in una lista e ricontattato in seguito). Di queste prenotazioni il 39% delle visite e il 38% degli esami sono poi stati effettuati entro il tempo massimo previsto dalla prescrizione[1].
Per ovviare al problema, una possibile strada è quella di farsi curare in un’altra Regione: il diverso modo di contabilizzare prestazioni a residenti e non residenti implica che i non residenti possano “saltare la coda” in quanto di solito i tempi di attesa sono dovuti a problemi di budget piuttosto che a problemi di offerta limitata. La mobilità sanitaria interregionale in Italia ha raggiunto nel 2022 un valore di 5,04 miliardi di euro che non ha eguali in Europa, con un forte flusso di pazienti e risorse dal Mezzogiorno verso le regioni del Nord, in particolare Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto) (Fondazione GIMBE 2025) Questo flusso ha due tipi di conseguenze: da un lato un problema di accesso alle prestazioni dato che non tutti i pazienti sono ugualmente in grado di muoversi furori Regione e dall’altro di sostenibilità futura del sistema.
Le Regioni del sud sono in media più povere di quelle del Nord ed è per questo che lo Stato prevede fondi perequativi importanti. Tuttavia la mobilità finisce per drenare risorse proprio dalle Regioni più povere con un meccanismo perverso per cui da un lato si danno risorse e dall’altro vengono tolte. Questa operazione ovviamente costa: così il budget che dovrebbe essere destinato a curare i pazienti finisce per essere disperso (Carnazza et al. 2025).
Il dato più preoccupante riguarda però il progressivo allontanamento dei pazienti dal SSN. Il lato oscuro della medaglia delle forme di sanità integrativa consiste nell’aumento del numero di persone che si rivolgono alla sanità privata (o alle cure intramoenia) per ridurre i tempi di attesa.
Secondo i più recenti dati ISTAT nel 2024 circa il 10-13% dei pazienti ha rinunciato alle cure sanitarie a causa delle liste di attesa troppo elevate, dei costi, delle barriere al loro utilizzo (per esempio distanza che si deve percorrere per ricevere la cura). Sebbene i dati siano peggiori al Sud, anche al Nord tale percentuale è superiore al 10%. Cresce nel frattempo la percentuale di spesa per le cure finanziata privatamente (23,4%); chi non rinuncia alle cure ricorre al privato e paga di tasca propria. Sebbene vada ricordato che le prestazioni ambulatoriali fino a 36 euro di fatto sono sempre state a carico dei cittadini (per queste prestazioni il ticket corrisponde al costo rimborsato alla struttura) l’aumento della spesa indica che sempre più persone rinunciano alle cure all’interno del SSN.
Questo fenomeno non sarebbe negativo se portasse ad un miglioramento del servizio nel settore pubblico (chi può pagare lascia il posto a chi non può); purtroppo quello a cui oggi si assiste è invece un allontanamento dei pazienti “più ricchi” e una riduzione delle cure da parte di quelli più poveri.
Secondo una recente ricerca del Cergas (Fattore & Preti 2025) nel 2022 l’8,6% delle famiglie ha affrontato spese sanitarie “catastrofiche” (spese cioè che le mettono a rischio di diventare povere) e il 3,7% è caduto o ricaduto sotto la soglia di povertà dopo aver pagato delle cure mediche. Questo è un dato molto grave per un sistema sanitario che dovrebbe invece favorire l’accesso di tutti alle cure, soprattutto da parte delle persone meno abbienti.
Questa “privatizzazione di fatto” è un processo è molto pericoloso perché il SSN si basa su un sistema solidale fra chi ha più salute e chi ha più bisogno di cure e fra ricchi e poveri. Questo fa si che una parte di popolazione sia un contribuente netto (nel senso che paga in media più di quello che riceve) e un’altra un ricevente netto (riceve più di quello che paga). Tuttavia se la prima componente si allontana troppo dal sistema, nel tempo potrebbe non essere più disposta a pagare per chi non è in grado di farlo e il numero di persone costrette a pagare le cure di tasca propria finirà per aumentare.
[1] Il cruscotto informativo pubblico in una prima versione è disponibile sul portale AGENAS https://www.portaletrasparenzaservizisanitari.it/pnla/
Bibliografia
Academy of Health Care Management and Economics, & SDA Bocconi. (2022). Liste e tempi di attesa in sanità Innovazioni, soluzioni e sfide per le regioni e le aziende sanitarie italiane, Egea.
Carnazza, G., Lagravinese, R., Liberati, P., & Torrini, I. (2025). Monetary flows for inter-regional health mobility: The case of Italy. Papers in Regional Science, 104(1), 100063.
Fattore, G., & Preti , L. M. (2025). Can people afford to pay for health care? New evidence on financial protection in Italy.
Fondazione GIMBE. (2025). La mobilità sanitaria interregionale nel 2022. Rapporto Osservatorio GIMBE. Retrieved from https://www.salviamo-ssn.it/attivita/osservatorio/mobilita-sanitaria-2022
The National Archives. (2025). The foundation of the NHS. Retrieved July 18, 2025, from https://www.nationalarchives.gov.uk/explore-the-collection/stories/the-foundation-of-the-nhs/
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