La dialettica medico-paziente è questione diventata nodale nell’attuale dibattito giuridico e bioetico che ammettono la sua fisiologica (marcata e insanabile) asimmetria provocata dall’esistenza di un patto contrattuale con caratteristiche proprie, del tutto particolari. Un contratto ampiamente disarmonico sul piano dei poteri riconosciuti alle parti interessate anche se la nostra tradizione ha sempre affidato al medico il potere (la responsabilità) di decidere se e quando iniziare/sospendere la cura della persona che si affida, con speranza e fiducia, alla sua competenza tecnica.
Questa asimmetria nodale, da sempre esistita, ha però cambiato d’abito nell’ultimo trentennio con un salto evidentissimo che è avvenuto parallelamente al progresso della scienza e della tecnica, alla diversa concezione del bene-salute che si è radicata nella società post-secolare e al diversificarsi dei poteri dispositivi consentiti – o vietati – dal diritto sul corpo e sulla vita.
Dal paternalismo terapeutico che si è così rapidamente passati, specialmente in alcuni campi della cura, all’esaltazione del mito dell’autonomia decisionale del paziente trasformatosi in un consumatore sempre più esigente il quale, nell’opinione di alcuni giuristi, avrebbe il potere di condizionare l’auctoritas (autonomia) del medico. Al punto tale da poterlo influenzare nelle scelte di cura non solo accettando/rifiutando la terapia prescritta dal medico ma anche chiedendogli cure poco o per nulla appropriate, non ancora sperimentate o non ancora sottoposte al vaglio dell’evidence. Al punto da trasformarlo, per così dire, in un suggestionato e suggestionabile dispensatore di cura pretesa da chi non ne ha la competenza necessaria.
Questa rapidissima mutazione è stata accelerata da fattori diversi: tra questi, l’aziendalizzazione del Servizio sanitario nazionale, la diffusa procedimentalizzazione delle cure, la parcellizzazione dei compiti un tempo esercitati da un solo professionista, la conseguente spersonalizzazione della cura, la diffrazione della responsabilità personale in quella, frammentata e impersonale, dei vari soggetti che compongono il team e le nuove opzioni della tecnica (si pensi, a titolo di esempio, alla nano-ingegneria e all’intelligenza artificiale) che si stanno sempre più imponendo. E’ così che l’incontro tra l’autodeterminazione del paziente e la nostra autonomia professionale si trasforma, molto spesso, in uno scontro più o meno aspro non sopito dalla forza giuridica del ‘consenso informato’ che altro non ha fatto se non spostare le solitudini decisionali originariamente portate sulle spalle dal solo medico paternalista, nel suo ruolo di buon padre di famiglia.
Con questo non voglio assolutamente negare il valore fondante di quei principi costituzionali (artt. 3, 13 e 32 Cost.) che riconoscono il nostro (legittimo e sacrosanto) diritto di autodeterminarci nel campo della cura pur osservando che ogni qual volta il contenuto della prestazione medica vada in qualche modo ad interferire con le scelte del paziente riguardanti la sua qualità di vita (dato estremamente soggettivo) è evidente che tali scelte possono spesso divergere dalle indicazioni del medico, dalla sua tradizione identitaria (deontologica), dall’interesse della collettività tutta e dal rispetto di utilizzare in maniera appropriata le risorse.
In queste situazioni non è facile trovare una via d’uscita come peraltro avviene in tutti quei campi del vivere comunitario nei quali non vale la dialettica (hegeliana) dell’et-et ma quella (kierkegaardiana) dell’aut-aut. Perché o il medico si adatta passivamente a questo nuovo ruolo richiestogli o, in alternativa, non lo accetta correndo il rischio di trasformare l’incontro in un vero e proprio scontro titanico condizionato e modulato da due auctoritas sempre più contrapposte. La qual cosa non dovrebbe mai accadere perché il nostro ruolo implica sempre il dialogo, il riconoscimento ed il rispetto reciproco e il dovere di comprendere lealmente quello che l’altro dice confutandolo senza animosità quando non lo si condivide.
Ricordare all’ammalato che la nostra autonomia professionale non può arretrare davanti alle pretese di un consumatore sempre più esigente è la regola generale da seguire e che non possiamo mai derubricare perché ogni passo che possiamo fare all’indietro è segno di debolezza e di viltà. Alla nostra autonomia professionale non si può così rinunciare al punto tale che possiamo (anzi, dobbiamo) rifiutare tutte quelle richieste di cura inappropriate, non ancora validate e/o in contrasto con i nostri valori coscienziali come conferma il Codice di deontologia medica. Con una particolare attenzione che dobbiamo rivolgere alle persone più fragili e vulnerabili soprattutto quando le loro convinzioni si scontrano con i principi fondamentali della bioetica e con gli interessi della collettività perché, in queste sempre più frequenti situazioni, è nostro preciso dovere mettere al primo posto la difesa della vita del paziente che discende dall’art. 2 Cost. come ha ammesso la Corte costituzionale nell’ordinanza n. 207 del 2018.
L’auto-determinazione individuale non può così essere un feticcio capace di mettere in una posizione di sub-alterità gli altri principi cardine della bioetica moderna. Soprattutto il principio di beneficenza (o non maleficenza) per il quale l’azione che produce il maggior saldo positivo fra costi e benefici è quella volta a proteggere la vita della persona, e il principio di giustizia che richiede, sempre, un’equa ripartizione dei benefici e degli oneri per evitare discriminazioni, privilegi e profonde ingiustizie sociali.
In questa nuova dimensione si deve espandere il nostro ruolo professionale o, per usare una gergalità giuridica, la nostra posizione di garanzia che altro non significa se non operare per la protezione e difesa dell’altro, in spirito di giustizia e non di carità sociale.
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