Ha 80 anni, vedova da un anno, vive sola. Appena sposata un aborto spontaneo complicato ha reso necessaria l’isterectomia in urgenza; non ha potuto avere figli. Non ha parenti.
Ha sempre fatto la cameriera e percepisce una pensione minima e la morte del marito ha ridotto ulteriormente le già scarse disponibilità economiche.
Non ha soldi a sufficienza per pagare l’affitto e per riscaldare adeguatamente la casa. Da qualche anno soffre di una grave incontinenza urinaria e la disponibilità dei pannolini forniti dall’ASL è inferiore al fabbisogno.
Viene in visita per una certificazione del suo grado di autosufficienza, vorrebbe ricevere l’indennità di accompagnamento e integrare la sua misera pensione (ma proprio perché vive sola e quindi implicitamente autosufficiente, non ha i requisiti per avere questa indennità!).
Usa termini molto semplici per raccontare la sua storia. Da quando una decina d’anni fa ha iniziato la terapia prescritta da uno psichiatra dice di star bene, di non aver più sentito le voci che le ordinavano la libertà, quella di potersi denudare e uscire di casa. Allora si era reso necessario anche il ricovero in ospedale. Poi non l’ha più fatto.
Attualmente lamenta solo qualche problema di memoria. Ha il terrore della malattia di Alzheimer e una preoccupazione intrusiva e angosciante: teme di dover finire in una residenza per anziani.
Quanto teme si avvererà: è sola, povera e “matta”. Per accogliere queste persone nel seicento erano sorte le case di riposo, per lei questa antica vocazione si rinnoverà.
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