Entra in ambulatorio su una sedia a rotelle spinta da un volontario. Lo sguardo è vivace, rapido nel cogliere ogni dettaglio. Al saluto risponde con voce ferma e squillante. Non mi piace. Ha con sé una grande borsa, colma di documenti — troppi.
In queste condizioni, se non si è in grado di contenere immediatamente l’entità delle richieste la visita può prolungarsi indefinitamente, diventando inutile e controproducente. Evito che lo diventi dicendo, prima che inizi a parlare, un secco “Mi dica qual è il problema che l’ha portato qui, non ne voglio sapere più d’uno” e, poi, per stemperare l’istintiva durezza e lasciare aperto un indispensabile spazio di colloquio “solo medici straordinari sanno fare più cose contemporaneamente, e io non lo sono”. Deluso e spiazzato, finge di sorridere; il primo approccio fa prevedere un’improbabile intesa.
Ha 90 anni, è vedovo da venti, vive con una figlia e con l’aiuto dei vicini; dal pesante cappotto, siamo agli inizi dell’inverno, escono le maniche lerce di una tuta sportiva. Le mani e le unghie sono invece pulite, ben curate.
Chiedo se durante la visita voglia rimanere solo, ma non ritiene rilevante che chi l’accompagna esca dall’ambulatorio.
Mi parla del prurito, il suo prurito. Esordisce riferendo gli errori di un mio collega che, in assenza di riscontri diagnostici, gli ha prescritto una terapia antiscabbia. L’ha seguita con scrupolo, eppure il fastidio è rimasto. Persiste, immutato, impermeabile ai farmaci e al buon senso. Lo invito a precisare. Racconta di accessi non prevedibili di prurito localizzati ai genitali—anzi, al pene—che lo trascinano in uno stato di eccitazione che, confessa con finto imbarazzo, preferirebbe evitare: «Non ho più l’età, dottore».
Diventa esitante, per poco. Una volta alla settimana, puntualizza, arrivano le operatrici dell’assistenza domiciliare per l’igiene personale. «E sa, dottore… per lavare bisogna toccare. E io… io mi vergogno».
Non capisco bene cosa voglia dirmi. Che il suo corpo reagisce con istinto durante il lavaggio? Che quelle mani, nel gesto quotidiano della cura, lo turbano? O forse vuole solo confidarmi, con un pudore poco credibile, che dentro quel corpo segnato dagli anni, mantiene una scintilla, un richiamo al desiderio, alla carne?
Mentre continuo la visita e faccio domande, mi ritrovo a pensare alle rovine della psiche maschile invecchiata, alle rovine del corpo, e alla mia stessa difficoltà di ascoltare senza dover giudicare. Alla mia impreparazione. Non so cosa stia cercando da me, né, con onestà, so cosa dovrei dargli.
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