Notiziario dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Brescia – aut. Tribunale di Brescia n. 195/1962

Il “mio ospedale” fra tradizione e futuro

Per gentile concessione Spedali Civili di Brescia

Riflessioni di un medico “del Civile” *

È trascorso più di mezzo secolo da quando, la prima volta, salii i candidi gradini della scalinata di accesso degli Spedali Civili di Brescia. Ancora oggi, quando mi capita di ripercorrerla, ripenso a quel primo giorno. Guardavo il simbolo e non capivo. A partire da quell’enigmatico MIA (abbreviazione della parola misericordia), ai ceppi dei carcerati.

Quel simbolo esprime un concetto semplice, ma fondativo della mission del nostro ospedale.

Il Civile, da sempre, cura tutti.

Per secoli, fin dalla sua fondazione, nel 1427, quando si chiamava Hospitale unum magnum et universale, le donne e gli uomini del “Civile” hanno fatto professione di quel simbolo.

Lo stemma degli Spedali Civili di Brescia

Orgoglio dei bresciani e, lasciatemelo dire, anche di chi ha avuto l’onore di trascorrervi tutta la vita professionale.

Quei gradini hanno conosciuto, e conoscono, la preoccupazione, la sofferenza, la speranza di chi sale e cerca e si aspetta risposte.

Chi sale ha diritto non solo a risposte tecniche competenti, ma a relazioni umane di qualità.

Quando, decenni fa, percorrevo le corsie, con in tasca le richieste di consulenza internistica, avvertivo una sensazione costante. Il prendersi cura del malato, naturale e basico scopo del nostro lavoro, si realizzava con attenzione ed impegno e, non esagero, con rigore, da parte di tutti ed in ogni anfratto dell’ospedale.

Le relazioni umane erano intense. Si sono cementate amicizie, che reggono al tempo, temprate sulle esperienze di cura condivise dei malati, a volte drammatiche, e che non si dimenticano.

Era il tempo dei mentori, dei grandi maestri di medicina, di cultura, di umanità ed anche qui il sentimento di gratitudine regge al trascorrere degli anni.

La relazione, come mi è già capitato di scrivere, era fondata sull’ascolto, sul toccare, sull’attenzione ai dettagli, cercando di conciliare logica clinica ed intuito, mentre le poche indagini a disposizione scontavano un’elevata approssimazione e non erano quasi mai risolutive. La relazione medico paziente era, se me lo concedete, naturalmente facile e centrale.

Ma negli ultimi 50 anni la medicina è evoluta come mai nella sua storia. La “tecnomedicina” ha cambiato in modo radicale l’approccio alle cure. Dall’analisi del DNA, alla genetica, all’immunologia, alle indagini strumentali sempre più in grado di esplorare anatomia e funzioni dell’organismo. La prognosi dei nostri malati è grandemente migliorata. Nuovi traguardi di cura ancora più efficaci, supportati dall’Intelligenza Artificiale con le sue enormi potenzialità, non sono lontani.

Si renderanno indispensabili nuove competenze mediche che si intrecceranno con altre skill scientifiche altrettanto nuove.

Quindi la tecnomedicina, nella sua accezione più estesa ed attuale, ha fatto un gran bene ai nostri malati. E questo è senz’altro vero, ma ho un personale disagio, un dubbio persistente. Diamo per scontato che tutte queste “magnifiche sorti e progressive” saranno sempre al servizio della clinica e da noi, operatori della salute, gestite e governate?

Tecnologia che quindi entrerà con tutto il suo impatto, ambientale e strutturale, nelle architetture del sistema sanità con nuove funzioni affatto diverse dall’esistente.

E il “mio” ospedale affronterà questa sfida nei prossimi anni con una completa (radicale?) ristrutturazione architettonica e di funzione. Ristrutturazione che coinvolgerà altre due ASST, Franciacorta e Garda, per una rivisitazione completa (?) del sistema e con implicazioni di interconnessione (il sistema hub e spoke per capirci) che meritano approfondimenti dedicati.

A ben altre menti esperte deve essere lasciato il compito di pianificare tutto questo “nuovo”.

Insomma, è il tempo della medicina “delle” complessità; la nuova complessità tecnologica con tutte le sue implicazioni multidisciplinari e multiprofessionali è la complessità che ha caratterizzato, segnato, gli ultimi decenni. Quel malato cronico, polipatologico anziano, che costituisce il 30 per cento della nostra popolazione e consuma, o meglio, necessita, del 70% delle risorse. La gestione del paziente cronico, e non della malattia cronica, ha costituito uno degli assi portanti dell’elaborazione culturale di questo Ordine Professionale, che ha visto ricoprire un ruolo da protagonista dell’attuale Presidenza e di molti consiglieri.

In questi ultimi anni, dopo un preliminare periodo di studio e analisi, l’Ordine ha costituito un gruppo di lavoro con tutte le realtà sanitarie della nostra provincia, proponendo un percorso di formazione elettiva e diffusa.

Formazione sul lavoro in team, sulla digitalizzazione, sulla costruzione e implementazione di Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA) e sull’indispensabile interazione con il sociale.

ASST: se svolgiamo la sigla scopriamo che il termine Azienda si caratterizza, si definisce, con gli aggettivi: Socio-Sanitaria Territoriale. Sintesi della mission.

Per anni abbiamo sostenuto, con analisi e discussioni infinite, l’indispensabile integrazione tra ospedale e territorio. La prossima ristrutturazione dell’ospedale costituisce l’occasione davvero storica perché la “mitica” integrazione diventi realtà strutturata ed efficiente.

Il Distretto con le Centrali Operative Territoriali, le Case e gli Ospedali di Comunità, il rapporto costante con il sociale e quel ruolo di alto profilo e qualità che spetta alla Medicina Generale insieme all’ospedale, danno il senso vero dell’unicità della ASST. Come unico è il paziente che ha bisogno di prevenzione, di diagnosi tempestive, di cure acute e croniche, di modularità degli interventi secondo intensità ed in setting di cura, anche spaziali, appropriati.

Abbiamo bisogno di strutture e funzioni ecosostenibili. L’Ordine, su iniziativa di ATS Brescia, è impegnato da tempo su questo tema che deve diventare patrimonio culturale e di azione della nostra comunità.

Come tradurre in soluzioni architettoniche queste note deve essere demandato, dicevo, a persone ed istituzioni competenti di alto profilo.

Infatti, alcune delle idee, qui solo abbozzate ed artigianali da medico pratico, trovano ben altra sistematicità, rilevanza culturale e tecnica in istituzioni internazionali (vedi Estratti in calce all’articolo).

Colpisce che in questi documenti si dia particolare rilievo al ruolo del paesaggio e del verde “Gli spazi curativi naturali, compresa la progettazione di paesaggi e giardini curativi, potrebbero fornire ambienti in cui gli utenti possono rilassarsi, trovando sollievo dallo stress psicologico e dalle pressioni quotidiane” (Capolongo et al., 2020).

Si sta avviando nella nostra città, nella nostra provincia, una impegnativa, importante, senza precedenti recenti, ristrutturazione dei nostri maggiori ospedali. Ristrutturazione architettonica che deve essere sorretta, dicono gli esperti, dagli obiettivi di funzione delle strutture e che deve superare anche le mura ospedaliere, perché quell’indispensabile integrazione con il territorio da mitica, ripeto per l’ennesima volta, diventi reale.

Davvero ai dirigenti, ai tecnici, agli operatori tutti, l’augurio sincero di successo per quest’opera così impegnativa e decisiva per la sanità del nostro territorio e non solo. Impegno dirigenziale e tecnico volto, speriamo, solo al raggiungimento di obiettivi di alto profilo, senza condizionamenti.

“Magnifiche sorti e progressive” quindi per la sanità, per la medicina, sostenute da una tecnologia in tumultuoso, rapido, progredire, ma rimane dentro, come dicevo, un disagio profondo che, dopo tanti anni di attività ordinistica, percepisco come diffuso nella nostra comunità.

Vi è una sorta di disaffezione verso questo nostro mestiere che non si giustifica del tutto con le difficoltà, per altro vere e importanti, della carenza di risorse, della burocrazia soffocante, delle remunerazioni insufficienti, del lavoro che non lascia spazio alla vita famigliare e sociale.

La tecnologia, per definizione, non guarda al passato. Guarda al futuro ed all’affinamento continuo delle procedure.

Il nostro, invece, è un passato di valori da rivendicare e preservare. Nessuna visione arcaico- umanistica. Le conquiste tecnologiche sono indispensabili, ma se diventiamo solo esecutori meccanici rischiamo di perdere quelle caratteristiche che sono ugualmente indispensabili per una buona cura.

L’incontro con chi sta male basato su una relazione compiuta, il rapporto con i colleghi, la curiosità di capire, l’importanza dei mentori, la contezza dei limiti. Senza alcuno snobismo il nostro è, e deve rimanere, un lavoro intellettuale.

Ho una certezza. Questo Ordine proseguirà nello studio e nel confronto per un contributo costruttivo e responsabile della professione, che parta dalle esigenze dei malati di cui siamo, con le altre professioni sanitarie, i veri interpreti e da cui non si può prescindere.

*Ottavio Di Stefano è stato Medico Internista degli Spedali Civili di Brescia

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Estratti da Hospitals of the future: a technical brief on re-thinking the architecture of hospitals

22 May 2023 | Technical document, © World Health Organization 2023

• La necessità di garantire e realizzare la resilienza di ogni edificio e del sistema sanitario non può essere separata dalla riorganizzazione del sistema di welfare a livello locale o regionale (territoriale); questo è un prerequisito per le fasi di pianificazione.

• L’intera rete deve essere ripensata in base al panorama attuale, adattandola in relazione agli sviluppi della sanità digitale e alle esigenze di dematerializzazione (Setola et al., 2022).

• Una rete sanitaria di successo incoraggia la popolazione ad accedere alle cure di cui ha bisogno.

• La creazione della rete sanitaria può ridurre la necessità di trasferire i pazienti da una regione all’altra.

• Con una rete efficace, è possibile ridurre il sovraffollamento nei reparti di emergenza (Barish, McGauly & Arnold, 2012).

• Nel frattempo, un minor numero di trasferimenti di pazienti tra strutture e un minor sovraffollamento ridurranno al minimo la contaminazione incrociata all’interno dell’ospedale (Capolongo et al., 2020).

• L’interazione tra gli ospedali all’interno della rete può migliorare i livelli di servizio (e/o ripristinare il normale funzionamento durante le crisi), ridurre i tempi di attesa dei pazienti e migliorare i servizi sanitari per l’intera comunità (Hassan & Mahmoud, 2020).

• I servizi medici di emergenza (EMS) possono essere meglio supportati con una rete locale/regionale basata sulla comunità, per aumentare l’accessibilità per le comunità più lontane dai centri urbani. Ciò è particolarmente importante per le popolazioni vulnerabili, come gli anziani.

• La rete di strutture sanitarie può ridurre l’uso non necessario di EMS per il trasporto dei pazienti tra i servizi disponibili nel centro della città e le aree periferiche (Zhu et al., 2021).

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3 risposte

  1. Condivido il pensiero di questo Medico espresso in modo chiaro e ragionevole
    Mi auguro che il Nostro Civile continui a essere all’avanguardia per noi cittadini Bresciani

  2. Tutto quanto scritto sopra è sicuramente condivisibile a patto che non si vada a snaturare il ruolo degli Spedali Civili di Brescia da sempre punto di riferimento per la provincia, ma anche a livello regionale e nazionale per la presenza al suo interno di specialisti anche di levatura internazionale e di tecnologie di alta qualità e con il supporto attivo dell’Università con il lavoro svolto di ricerca e formazione .
    Ridurre gli Spedali Civili a solo ruolo di ospedale di riferimento territoriale rischia di cedere sempre più il campo alle strutture private presenti a Brescia e non solo.
    Inoltre da tempo in Regione Lombardia stiamo assistendo a una centralizzazione delle alte specialità nella città metropolitana di Milano a scapito delle altre province , a questo proposito penso sia sufficiente vedere le risorse economiche come sono state utilizzate negli ultimi anni.
    Quindi ben venga una politica di riqualificazione del territorio che deve però partire da una attenta analisi dei bisogni reali , un potenziamento della rete degli ospedali (Spoke) non dimenticando che la nostra provincia è ricca di valli e la tempestività delle prestazioni non è sicuramente un fattore secondario nella pianificazione e strutturazione della risposta sanitaria dell’emergenza . Inoltre dovrebbe essere potenziata la medicina di base oggi in molti comuni carente data la mancanza di medici e professionisti . E per concludere questo breve intervento andrebbe rivalutata la prevenzione partendo dalle cose basilari quali screening e attività motoria come momento di aggregazione e monitoraggio della salute della popolazione .Non dimenticando la corretta applicazione di protocolli come quello delle ” Dimissioni protette” per molti aspetti inapplicato. Per quanto riguarda le liste di attesa ritengo che senza un’attenta programmazione e lo studio di modelli quali quello applicato a Pisa risulterà di nuovo uno spreco di risorse inutile e spesso dannoso che rischia di creare solo un mercato delle prestazioni a vantaggio di gruppi economici già attrezzati allo scopo.

  3. Come al solito il mio primario dott di Stefano scrive un articolo magnifico mettendo in evidenza i temi e i problemi principali della sanità e della medicina e delle problematiche future.Sono fiero di averlo conosciuto e di avere condiviso un cammino comune nel reparto di medicina a Montichiari,anche se a volte discutevamo.Bravo Ottavio,per me sei e resterai sempre un mito

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