Notiziario dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Brescia – aut. Tribunale di Brescia n. 195/1962

Le storie che raccontano l’invisibile

A volte è solo una questione di sguardi. «Spostare lo sguardo oltre la patologia, sul vissuto del paziente, per integrare una verità diversa, che arricchisce la storia clinica e ne diviene parte», dice Elena Vavassori, medico specializzato in Anestesia e Rianimazione che lavora in Fondazione Poliambulanza e da diversi anni si interessa di Medicina narrativa e di utilizzo della narrazione nella pratica di cura. Presso la Scuola di Alta Formazione “SFERA” di Poliambulanza tiene corsi di aggiornamento su queste tematiche rivolti ai professionisti sanitari.

«Amo molto leggere e mi piaceva l’idea di unire medicina e narrazione, le mie due passioni – racconta Vavassori – Nel 2016 ho ottenuto il Master in Medicina Narrativa all’istituto ISTUD di Milano. A conclusione del percorso era prevista una breve tesi, che ho fatto coinvolgendo i colleghi dell’ambulatorio di Terapia del dolore, chiedendo ai pazienti di scrivere di sé e del dolore che provavano: ci siamo trovati spiazzati da tutto quello che affidavano al foglio bianco, qualcosa di più veritiero delle stesse parole dette a voce».

La Medicina Narrativa, secondo la definizione della Conferenza di consenso 2014 dell’Istituto Superiore di Sanità, è una metodologia di intervento clinico-assistenziale basata su una specifica competenza comunicativa: la narrazione diventa lo strumento fondamentale per comprendere e integrare i diversi punti di vista di quanti intervengono nella malattia e nel percorso di cura. Il fine è la costruzione condivisa del percorso di cura personalizzato.

«La Medicina Narrativa è un atteggiamento attivo del professionista sanitario, attraverso l’ascolto delle narrazioni, la comprensione del significato, l’interpretazione delle storie, che porta a cogliere il contesto del paziente, la sua complessità: per farlo ci vuole metodo, competenza, creatività e immaginazione», spiega la dottoressa.

Diversi sono gli strumenti della Medicina narrativa per la raccolta delle narrazioni: il diario, una pagina bianca su cui il paziente scrive del proprio vissuto di malattia, il racconto semi strutturato composto di diversi incipit, la cartella parallela nella quale il professionista sanitario scrive della propria relazione con quel paziente, magari più complesso e disturbante. Le narrazioni sono momenti di vita, cui il medico può approcciarsi attraverso briefing narrativi di lettura e analisi delle storie.

La dottoressa Elena Vavassori

Nel blocco operatorio di Poliambulanza, ad esempio, dove la dottoressa Vavassori come anestesista passa buona parte del suo tempo di lavoro, c’è da tempo una mappa in cui gli operatori possono vedere in ogni momento dov’è il paziente. Esiste una mappa diversa? – ci si è chiesti. Si sono interpellati i pazienti, che scrivendo cosa hanno provato quando sono scesi in sala operatoria, come hanno percepito il proprio corpo e l’incontro con il personale sanitario, hanno fornito informazioni preziose per costruire una mappa alternativa, un percorso relazionale che ha consentito di migliorare, per chi la vive e per chi cura, l’esperienza di un intervento chirurgico ed il percorso di cura.

La tradizionale anamnesi non è altro che una storia ben strutturata. Ma se la narrazione del paziente (e di chi se ne prende cura) e la sua partecipazione attiva alle scelte sono un elemento imprescindibile della medicina contemporanea, la componente tecnologica sempre più preponderante sta sparigliando le carte. Così come i tempi di visita troppo stretti e l’urgenza della “produttività” che orienta l’incontro clinico. «Assistiamo ad un innegabile scadimento del rapporto medico-paziente, dovuto al fatto che si tende a considerare più il corpo che la mente, più la malattia in sé che la persona. E si affidano alla componente tecnologica molti, forse troppi aspetti del percorso di cura, a scapito della relazione».

In tempi di robotica e intelligenza artificiale, secondo Vavassori l’arte medica dovrebbe riscoprire quel patrimonio sapienziale che le è connaturato fin dalle origini: quelle che oggi sono chiamate le Medical humanities, discipline umanistiche che comprendono la letteratura e le arti nelle loro diverse declinazioni. Dalle arti visive che ti insegnano a cogliere dettagli inaspettati, ai romanzi che ti immedesimano nelle vite degli altri, dalla musica ai film. «Perché servono a un professionista sanitario queste competenze? Perché consentono di affinare la sensibilità a quell’”inafferrabile altro” di cui parlava lo scrittore Tiziano Terzani a proposito della sua malattia. Ti insegnano ad accogliere i diversi punti di vista che compongono la trama di ogni storia clinica, e ti fanno capire che nella realtà la storia può finire in modo diverso da come te lo aspetti. L’approccio narrativo aiuta ad ascoltare chi abbiamo di fronte, e addestra a una “postura” narrativa”.

Nel tempo di cura questo approccio, la narrazione, si integra con l’Evidence Based Medicine, rafforzando l’alleanza terapeutica, e facilita una comprensione non altrimenti raggiungibile, più profonda, della persona malata e del significato del proprio atto di cura. «Certamente è più facile ponderare gli esiti di un intervento chirurgico o di una terapia farmacologica – considera Vavassori – più difficile misurare quanto un incontro narrativo porti a una relazione migliore. Tuttavia, bisognerebbe anche chiedersi se tutto deve essere misurato, per essere valido, vero e reale”.

Nel mondo anglosassone la Medicina Narrativa ha trovato spazio a livello accademico, lo stesso è accaduto in alcuni Paesi europei. In Italia la formazione universitaria non ha ancora accolto compiutamente questa dimensione. «Non si pensa che sia così importante, dimenticando che la malattia che si studia non è solo il sintomo, ma è un vissuto, un destino”.

Una carenza che si avverte sotto il profilo formativo dei futuri medici, «e il fiorire di corsi sulle tematiche di Medicina Narrativa risponde a questa esigenza», considera Vavassori, constatando come questo approccio stenti ancora ad affermarsi, anche sul territorio bresciano. «La formazione non fornisce strumenti idonei. Vedo i giovani specializzandi, che su questi argomenti sono in difficoltà e faticano a guardare oltre l’aspetto tecnico ed ipertecnologico, a vedere la persona che ha una malattia oltre l’anamnesi della patologia, a porsi delle domande, a misurare quell’’invisibile che il solo dato non esprime. Non bisogna temere che questo approccio, l’approccio narrativo, porti via qualcosa di sé e del proprio sapere tecnico».

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