Notiziario dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Brescia – aut. Tribunale di Brescia n. 195/1962

I tre anni che non dimenticherò. Di processi, buio e rinascita

Foto di Elena Mozhvilo su Unsplash

Intervista a Carlo Mosca, Dirigente Medico ASST Spedali Civili di Brescia – AAT 118 Brescia

a cura di Germano Bettoncelli, Presidente Ordine dei Medici di Brescia, Angelo Bianchetti, Direttore responsabile di Brescia Medica, Lisa Cesco, Ufficio Stampa Ordine dei Medici di Brescia

Quasi 18 mesi agli arresti domiciliari ristretti con un’accusa pesantissima: duplice omicidio volontario. Più di tre anni per vedere riconosciuta la propria innocenza. La storia di Carlo Mosca, che nel 2020, da referente organizzativo del Pronto Soccorso dell’ospedale di Montichiari – Spedali Civili, è caduto nelle maglie di una vicenda giudiziaria complessa – indagato per la morte di due pazienti Covid che avrebbe provocato somministrando farmaci letali durante la prima ondata della pandemia – è per molti aspetti emblematica. Una vicenda che ha avuto un’ampia risonanza mediatica nazionale, e che si è sviluppata attraverso 522 giorni di privazione della libertà a partire dal gennaio 2021, un dibattimento in Corte d’Assise a Brescia, per arrivare nel luglio 2022 all’assoluzione in primo grado “perché il fatto non sussiste”. La Corte d’Appello di Brescia, confermando l’assoluzione nell’ottobre 2023, ha chiuso definitivamente il caso. La sentenza è passata in giudicato.

Il dottor Mosca è tornato al lavoro, ha ottenuto un indennizzo di 104 mila euro per ingiusta detenzione, ma il prezzo vero che è costato attraversare questa storia rimane nascosto nelle pieghe dove è difficile guardare.

Ha accettato di rilasciare questa intervista all’Ordine, cui tiene a sottolineare la propria appartenenza. Gli abbiamo chiesto di ripercorrere la sua vicenda umana e professionale, per offrire ai colleghi uno spaccato su cosa accade a un dottore che si ritrova in un procedimento giudiziario e a quali risorse può fare ricorso per fronteggiare un’esperienza per sua natura traumatica, che rivela rischi e fragilità dell’essere medico.

La tua vicenda è iniziata nel pieno della pandemia Covid, quei mesi della primavera 2020 in cui i contagi dilagavano sul territorio di Brescia e Bergamo.

Ero appena stato nominato referente organizzativo del Pronto soccorso di Montichiari, era un periodo durissimo, bisognava chiudere reparti, convertirli per i pazienti Covid, prendere scelte difficili. Io avevo alle spalle 20 anni di esperienza nel 118, mi sentivo arrivato alla fase di maturità professionale e avvertivo l’obbligo di fare bene, dando tutto me stesso. Ricordo che la direzione ospedaliera mi aveva assegnato un appartamento vicino al presidio, lavoravo moltissimo, studiavo, pensavo a possibili strategie per affrontare l’onda pandemica, fra queste l’introduzione sperimentale di macchinari messi a punto da una casa farmaceutica che consentivano di effettuare diagnosi di Covid in tempi rapidi, una conquista di cui vado orgoglioso. E’ stato un periodo di grande crescita professionale e personale, anche se non sempre semplice, perché quando si è tutti sotto pressione sono inevitabili incomprensioni e scontri.

Proprio in una fase che potremmo definire “eroica” della tua vita professionale, esaltata dalla vocazione a mettersi totalmente a disposizione dei pazienti, scopri di essere indagato dalle autorità inquirenti. Una coincidenza che acuisce il contrasto fra quel momento e la frana improvvisa che ti travolge. Qual è stata la reazione dell’uomo medico?

La prima comunicazione mi è arrivata nel luglio 2020: nella caserma dei Carabinieri di Carpenedolo mi è stato notificato un avviso di garanzia. La mia prima reazione è stata di inconsapevolezza, ero tranquillo perché in reparto eravamo in regola con vestiario e dispositivi di protezione anti-Covid, non avevo certo idea che cercassero qualcosa su di me. L’informazione faceva riferimento ad alcuni articoli dei codici, ma per un medico non è facile districarsi nel linguaggio e nelle formalità della giustizia, come categoria conosciamo poco di quel mondo e delle sue regole. L’incredulità e la preoccupazione hanno iniziato ad affiorare quando ho scoperto, con l’aiuto di un legale, che ero indagato per omicidio volontario di 4 pazienti del Pronto soccorso (addebito poi riformulato solo per due pazienti, perché per gli altri si è scoperto che il decesso si è verificato quando ero da tutt’altra parte). Io ho sempre fatto il dottore, nel mio lavoro so quello che faccio. E in queste circostanze se sei a posto sei spaventato, perché quello che ti sta accadendo non riesci a spiegartelo.

Che impatto ha avuto questa vicenda giudiziaria sulla tua carriera, la vita privata e le relazioni in senso lato?

Di per sé non ha portato nessun cambiamento nelle mie amicizie, nelle relazioni dentro e fuori dall’ospedale, nel mio rapporto con i pazienti, che tramite i miei avvocati (agli arresti non si ha nemmeno il domicilio per ricevere la posta) mi facevano arrivare lettere piene di solidarietà. Anche da parte dei colleghi ho ricevuto stima e fiducia.

Diverso, e molto più pesante, è stato l’impatto a livello familiare. Il distacco dai miei affetti l’ho sentito eccome: mia figlia, che allora aveva nove anni, e che ho potuto vedere in pochissime occasioni durante l’anno e mezzo passato ai domiciliari, la mia compagna. Il problema lo vivi lì. Il rapporto con mio padre anziano che ha attraversato, insieme a me, quei giorni stranianti, perché il periodo di privazione della libertà l’ho passato in casa con lui, nel Cremonese.

Quei 18 mesi sono stati l’aspetto più buio. Cosa significa passarci dentro?

Significa guardare le stagioni che passano dal margine di una finestra. Significa scandire il tempo sui controlli quotidiani delle forze dell’ordine, che non puoi mai sapere quando arrivano. Vivere un’attesa di 40 giorni in 40 giorni, quando magari poi ti comunicano che la data dell’udienza è stata ulteriormente rinviata. Significa avere la testa che ti rimbomba perché hai dentro le cose del processo, e senti un’irrequietezza che non sai spiegare. Significa non essere più capace di mettersi le scarpe, perché dopo tanti mesi in ciabatte fai fatica a sopportarle. Significa sentire mio padre, la sera di là in camera, mormorare una preghiera a mia mamma, perché si prenda cura di me. Significa trovare la forza per cercare di sostenere te e lui.

A quali risorse hai fatto appello?

Quando ti arrivano in casa alle 4 del mattino, ti tolgono telefono, computer, tutto, ti senti come un Totò Riina. Bisogna avere la forza di sorreggere certi carichi. Quello che mi ha salvato è stato il carattere: io di natura sposto le montagne e prima che mi passino sulla testa ce ne vuole, perché ho sempre ottenuto da solo quello che ho raggiunto. E in quei momenti non ho pensato soltanto a mia figlia, ho pensato anche a me. Però mi rendo conto che non per tutti è così, e questa ferita può renderti molto fragile.

In quei frangenti non hai molto a cui aggrapparti perché sei solo, ti devi attaccare al fattore umano. Mio padre è stato fondamentale per me: parlavamo, ci chiudevamo nel garage di casa con la radio accesa a restaurare biciclette e moto d’epoca, la nostra passione. E poi le buone letture, Pirandello, Verga e i veristi, la mezz’ora di ginnastica quotidiana, una routine in cui trovare rassicurazione.

Hai mai messo in discussione la scelta di fare il medico?

Ero medico allora e lo sono adesso, allo stesso modo. In questa lunga vicenda non ho perso uno dei malati che si rivolgevano a me anche prima, e per me non è cambiato niente. La medicina difensiva non l’ho mai praticata, e non cambierò idea ora che questo incubo è finito. Quello che mi ha aiutato di più è stata la coscienza di avere operato bene, il sentirmi tranquillo rispetto alle scelte fatte, perché mi sono sempre aggiornato e non ho mai smesso di studiare. Sapere di essere un bravo medico conta per il 50 per cento, essere anche un uomo, oltre che un medico, vale il resto di 100.

Come è stato il rapporto fra te medico e gli avvocati che ti hanno difeso?

Io faccio il dottore, le dinamiche dei procedimenti penali mi erano del tutto estranee. Ho dato fiducia agli avvocati che mi sono stati consigliati. Nei nostri incontri loro seguono una linea di cautela, non ti rassicurano mai. Sei tu che cerchi di cogliere certi indizi, uno sguardo, la postura, il tono delle parole. E’ un po’ come per il paziente che si affida a te, e che cerca di capire dal tuo atteggiamento, dall’espressione, dal linguaggio del corpo la diagnosi che hai in testa e la tua reale affidabilità.

C’è stato un momento in cui hai avuto paura di non riuscire a dimostrare la tua innocenza?

No, non avevo questa paura. Non conoscevo questo mondo ma sapevo di non aver fatto niente. Tanto che ho rifiutato l’ipotesi di un giudizio abbreviato, perché volevo andare a dibattimento, per dimostrare nel contraddittorio fra le parti che l’accusa nei miei confronti era infondata. In quei momenti non pensi se va male, ma hai sempre dentro un tarlo, qualcosa difficile da spiegare. A me è andata bene.

Difendersi in un procedimento penale ha dei costi, anche economici, non indifferenti…

Un processo può costare molte centinaia di euro. Nel mio caso ho avuto la possibilità economica di affrontare queste spese, grazie anche alla parsimonia di mio padre, che mi ha prestato i suoi risparmi per coprire una parte dei costi. Quello delle spese legali è un problema nel problema, non tutti al posto mio avrebbero potuto permetterselo. Ora sono in attesa di ottenere il rimborso dagli Spedali Civili, in quanto loro dipendente. Ma le parcelle degli avvocati le ho dovute pagare in itinere, durante il processo.

Nei procedimenti giudiziari contro i medici la funzione dei periti è centrale per ricostruire i fatti. Nel tuo caso, riguardo ai consulenti dell’accusa, si è parlato di “forzature colpevoliste”. Che effetto ti ha fatto il comportamento dei colleghi?

Non ci ho dormito notti intere. Sono rimasto allibito davanti agli errori imbarazzanti emersi durante il processo: dall’accusa di falsa testimonianza che mi è stata mossa perché avrei firmato un elettrocardiogramma di un paziente deceduto, mentre il cuore batteva ancora (ignorando che gli impulsi derivavano dal pacemaker), alla mancata identificazione della piaga da decubito di uno dei due pazienti deceduti, perché durante l’autopsia il cadavere non era stato girato per osservare la schiena.

Che ruolo ha avuto la stampa, la ricerca del sensazionalismo nella tua vicenda?

Il mio caso è diventato subito mediatico ed è rimbalzato su tutti i media nazionali. Spesso costruiscono su di te un profilo che non esiste nella realtà: non ti riconosci ma non lo puoi dire a nessuno. Questa è la motivazione per cui non ho mai voluto rilasciare molte interviste, nonostante i direttori dei grandi giornali mi abbiano chiamato, mi sia stato proposto di scrivere un libro. Non mi interessa la notorietà, mi va bene fare il dottore.

La tua formazione, universitaria e post lauream, ti ha aiutato ad affrontare quanto stava accadendo? Ti sei sentito protetto dall’ospedale, dall’Università?

Il percorso di formazione del medico non affronta questi aspetti, quindi non mi ha aiutato. Lo stesso vale per l’ospedale, e per l’Università dove ero professore a contratto, e dove mi è stato subito chiesto di rinunciare alle cattedre per evitare problemi.

Ho sentito vicino l’Ordine dei Medici, l’allora presidente Di Stefano che si è speso con parole di sostegno nei miei confronti, e per me è stato importante. Una volta arrivata l’assoluzione, mi ha chiamato per dirmi che firmava subito la mia reintegrazione all’Ordine, perchè potessi tornare a fare il medico.

Che consiglio daresti a un giovane collega che si interroga sui rischi della professione?

Quello che dico sempre ai miei tirocinanti: preparatevi per essere dei bravi medici, perchè saper fare bene il proprio mestiere è qualcosa di irrinunciabile, oltre che doveroso. Mettere a fuoco un obiettivo da raggiungere è importante, ma quello che conta davvero è il viaggio che si deve compiere, questo è ciò che ti arricchisce e diventa occasione di crescita, un po’ come Ulisse nel suo lungo ritorno verso Itaca. Certo ogni viaggio ha i suoi rischi, spesso non è semplice e puoi incontrare ostacoli, anche quelli di tipo giudiziario. Ma se vuoi fare il medico devi mettere in conto che ti può succedere anche questo. Ti aiuta avere chiaro il tuo percorso, la voglia di migliorarsi sempre e di continuare a studiare, ad aggiornarsi.

Cosa ti porti dentro di questa esperienza, in cosa ti ha rafforzato e in cosa ti ha indebolito?

Io sono un po’ duro, non sono un sentimentale, e forse questa corazza è quello che mi ha protetto. Però ne sono uscito indebolito dal punto di vista mentale, perché ti sembra interminabile da reggere, i tempi della giustizia sono stati troppo lunghi, e dopo la fine di questa vicenda giudiziaria un altro anno ce l’ho messo per assestarmi, perché il ritmo sonno-veglia rimane alterato, resti prigioniero di certi pensieri, di negatività, ti vengono anche paranoie come controllare lo specchietto dell’auto per il timore di essere seguito, limitare le battute al telefono perché hai sempre paura che qualcuno ti ascolti. Quando leggi le intercettazioni ti rendi conto di come scandagliano ogni dettaglio della tua vita.

Quello che mi ha dato forza, invece, sono state le lenzuola esposte alle finestre degli Spedali Civili di Brescia  con scritto “Bentornato dottor Mosca”. Mi sono detto: lo sanno anche loro che oggi ricomincio. Sono tornato a casa. Tuo padre che quando rientri da una giornata di lavoro ti dice “come è andata oggi?”. Per 18 mesi non l’avevo più sentita, questa frase. Oggi mi sento arrivato su una spiaggia, dopo un lungo viaggio in mare. E mi auguro che questo approdo non sia l’ultimo.

Ora sei in forze al 118 di Brescia. Come vedi il tuo futuro? E’ cambiato il tuo approccio alla professione?

In questa fase della mia vita non sento più la necessità di un riconoscimento in termini di ruolo. Mi interessano i progetti. Nel mio futuro ideale vorrei arrivare a gestire un gruppo di medici giovani e motivati, non importa dove. E mi piacerebbe ricominciare ad insegnare, perché mi interessa molto la didattica, è lì che puoi trasmettere alle nuove generazioni stimoli, preparazione e l’importanza del lato umano nella nostra professione.

Quello che mi è accaduto non deve condizionare la mia vita, e non ha condizionato il mio modo di lavorare.

Rimane parte di me, impresso fra la memoria e l’anima.

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