Ha 71 anni. Arriva in reparto dopo una settimana di diarrea incoercibile. È sofferente, disidratato, fatica a stare in piedi, parla a frasi brevi. La barba non è fatta. La moglie risponde al posto suo.
Lo idrato. In due giorni l’infezione intestinale si risolve. Il corpo migliora, l’umore no. Resta a letto, si alza solo per uscire sul terrazzino a fumare. Sul comodino tiene un libro di Arthur Schnitzler. Mi chiede di fermarmi a parlare. Non dell’intestino.
La moglie racconta che da mesi è “giù”: si sveglia sempre più presto, al mattino è intrattabile, la sera sembra andare un po’ meglio, poi va a letto subito dopo cena. Lui ascolta, annuisce. Dice che qui sta bene. Che l’ospedale, almeno, è silenzioso. Chiede se può restare ancora qualche giorno.
Lo dimetto guarito dall’infezione, con una diagnosi aggiuntiva di disturbo depressivo e una terapia iniziata.
Due settimane dopo la moglie mi chiede una visita a domicilio: non ha energia per tornare in ospedale. Vado. La casa è magnifica e soffocante. Quadri ovunque, sculture su ogni mobile, statue in giardino. Nessuno spazio vuoto. Come se, nei momenti migliori, nulla fosse mai abbastanza.
Seduto in salotto, circondato da opere d’arte, appare più stanco che in reparto. Qui il silenzio pesa di più.
È con la visita domiciliare che il quadro, fino ad allora parziale, inizia a comporsi; da lì, anche la terapia trova la direzione che risulterà efficace.
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Una risposta
Gentile Rozzini,sembra di leggere “CUORE”(attuale anche nell’amore ……)ma potevi aggiungere nei “casi clinici”anche quello del mio PACE-MAKER …………
SILVIO CAVALLI