Sono 89, a fine marzo, se campo, saranno 90. La risposta è precisa.
Mi ha chiamato la figlia perché da un mese le condizioni del padre sono drammaticamente scadute. È lei che mi accoglie e mi fa accomodare in cucina.
È inverno, la stanza non è sufficientemente riscaldata e nonostante la scarsa luce della giornata piovosa, non una luce è accesa.
Sul tavolo, in bell’ordine, la documentazione clinica e i farmaci che prende.
Nell’ultimo anno ha avuto un ricovero in cardiochirurgia e un paio in cardiologia, poi è sempre stato attentamente seguito dal medico di famiglia. È lui che ha suggerito alla figlia di chiedere un mio parere.
Da molti anni vive solo e da un paio di settimane con una giovane badante. Fino a un mese fa ogni mattina andava al cimitero in bicicletta. Poi dopo una caduta accidentale in casa, non si è più fidato nemmeno di varcare il cancello del giardino.
La figlia è preoccupata, non ha mai visto il padre in queste condizioni.
Prima di visitarlo voglio parlare. Si era preparato in camera per essere visitato sul letto, lo chiamano. Il passo è molto lento, è concentrato e non vuol correre il rischio di cadere.
Quando si siede inizio a raccogliere informazioni. Parla anche molto lentamente, così lentamente che ad una visita frettolosa si potrebbe considerare segno di iniziale disturbo neurocognitivo.
Invece ogni risposta è ponderata, chiara, non vuole lasciare, né lascia dubbi di interpretazione, sa quello che dice, comunica con rara precisione informazioni, pensieri e sentimenti.
Nella sua scarna e lucida precisione delle parole c’è insieme rispetto della figura del medico, c’è la dignità di una vita che saprò essere forgiata dalla disciplina del lavoro, operaio nel dopoguerra e poi caposquadra in una grossa industria, dalla povertà e dalla voglia del riscatto, dall’impegno sociale nella comunità, e temprata dalla sofferenza della perdita di un figlio e della moglie.
Il paziente esercita su di me un’attrazione che va oltre il suo essere tangibilmente solido in una quotidianità di relazioni volatili. È persona speciale ed è indubbio che richiami alla memoria rappresentazioni di affetti.
Cerco di scacciare le emozioni proseguendo con la visita, la ricchezza che mi dà quest’incontro ripaga i possibili (rari!) sacrifici della mia professione.
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