Il paziente viene in ambulatorio per una certificazione necessaria a richiedere nuovamente l’assegno di accompagnamento, che percepiva fino a sei mesi fa.
Dieci anni fa è stato operato per un tumore del faringe e, successivamente, ha fatto chemio e radioterapia. Due anni fa ha dovuto essere operato alla mandibola per un’osteoradionecrosi post-attinica, una lesione molto dolorosa. Come conseguenza dell’intervento si è reso necessario posizionare una PEG, in attesa della riparazione dell’osso. L’alimentazione tramite PEG è proseguita fino a sei mesi fa. Da allora, ottenuta una guarigione parziale, il paziente ha ripreso ad alimentarsi per via naturale: la cannula è stata tolta e, con essa, l’assegno di accompagnamento.
Quando entra, immagino possa avere tra i 70 e i 75 anni; ne ha 68. È magro, di statura media. Potrebbe essere stato un atleta di mezzofondo o un tennista. Ha la testa piena di capelli folti, completamente grigi. È vestito in modo semplice, non inelegante: gli abiti sono poveri, ma puliti. Lo accompagna un uomo più giovane di lui, un cinquantenne piccoletto e tarchiato, dall’accento siculo-lombardo. Del paziente mi colpisce l’ipersalivazione; dell’accompagnatore, la gentilezza con cui gli porge un kleenex perché possa pulirsi la bocca.
Faccio le domande necessarie per compilare la certificazione. Mi risponde l’accompagnatore: il paziente fatica a parlare per la disartria e l’ipersalivazione. Quando chiedo lo stato civile, mi dice che da due anni si sono uniti civilmente, dopo una convivenza di più di vent’anni. È stato lui, negli ultimi due anni, ad accudirlo, ad assisterlo in ospedale e fuori dall’ospedale dopo l’intervento. Ha imparato a gestire la cannula per l’alimentazione, a nutrirlo artificialmente. È lui che ora gli prepara “pappe” speciali, che possano essere deglutite senza essere aspirate nelle vie aeree.
Mi accorgo di aver sempre pensato alle unioni civili nella cornice della salute: coppie più o meno giovani, progetti comuni, affetti, piaceri. Non avevo mai davvero pensato che, nell’età avanzata o nella malattia, il riconoscimento di quel legame potesse significare anche questo: il diritto e il dovere di esserci, concretamente, come caregiver dell’altro.
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