Mia figlia, a tavola, ha raccontato una storia. Riguarda la nonna della sua migliore amica, che è anche sua compagna di classe. La donna è partita all’improvviso per il Centroamerica, con il pretesto di una vacanza. In realtà, è andata a cercare il figlio, da tempo “disperso”.
Un uomo fragile, lo “zio debole”. Per anni ha condotto una vita sregolata, tra sostanze e spese incontrollate, dilapidando una parte consistente del patrimonio familiare. I fratelli, per salvare l’azienda, sono stati costretti a liquidarlo. Poi è sparito, senza lasciare tracce.
Dopo due anni, però, si è fatto vivo. Non con tutti: solo con la madre. In segreto. E lei non ha esitato: ha inventato un viaggio, lo ha raggiunto, gli ha portato denaro. Perché è questo che lui continua a chiedere.
La nipote sa tutto. È stata lei a insegnare alla nonna a usare la posta elettronica, e conosce la sua password. Ha mantenuto il segreto con i genitori, ma non con la sua migliore amica.
Quando la donna si presenta in ambulatorio, accompagnata dalla figlia con cui è in continuo contrasto, mi parla dei suoi disturbi fisici. Ma fin da subito ho l’impressione che il problema non sia lì. Che la sofferenza abiti altrove.
Mentre la ascolto, il racconto di mia figlia riemerge. I contorni si chiariscono, come una nebbia che si dirada. Intuisco il terreno su cui mi sto muovendo.
Eppure non posso spingermi fino in fondo.
Le informazioni che ho non dovrei averle. Non provengono da lei, né dal contesto clinico. Non le ho ottenute in modo illecito, certo, ma restano esterne alla relazione terapeutica. Usarle significherebbe oltrepassare un confine.
E tuttavia, proprio quelle informazioni potrebbero aiutarmi a comprendere la sua sofferenza.
Resto in bilico. Procedo con cautela, senza nominare ciò che so.
Aspetto. Se questa visita è stata utile, tornerà. E forse, allora, sarà lei a raccontarmi ciò che ancora non posso sapere.
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Una risposta
Commovente. Condivido la scelta di attendere per avere direttamente dalla signora le cause della sua sofferenza ma forse se accompagnata regolarmente dalla figlia non parlerà, dovrebbe farlo la nipote.