Notiziario dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Brescia – aut. Tribunale di Brescia n. 195/1962

Pensarne e parlarne bene

Foto di Valentin Balan su Unsplash

La signora Maria, 76 anni, vedova, non sta bene. Sono sei mesi che non sta bene, sono sei mesi che fa esami di ogni tipo, del sangue, ecografie, radiografie, TAC, risonanze: negativi. Viene in ambulatorio accompagnata dal figlio col quale vive. Non sta bene. Sono sei mesi che ha capito che il figlio prima o poi, presto, andrà a vivere con l’attuale fidanzata, uscirà di casa. Ovviamente è felice che il figlio abbia trovata la donna adatta a lui, già… ovviamente.

La signora Giovanna ha 82 anni, è vedova da più di cinquant’anni. Quando il marito è morto ha continuato da sola la loro attività commerciale, un negozio di calzature. Ha cresciuto le quattro figlie con durezza, non avrebbe potuto fare diversamente. Le figlie si sono sposate, a loro volta hanno avuto figli, belle famiglie; tuttora sono succubi della madre che dicono di non aver mai dato loro una carezza, un bacio. Col tempo oltre al decadimento cognitivo, il carattere si è ulteriormente irrigidito, lei non è mai contenta e le ricatta con malattie vere o immaginate facendole sentire in colpa (con sacrifici immensi le ha fatte crescere…). È sempre più egoista. Quando le chiedo con chi vive, dice da sola, ma sola non è mai, ha già cambiato almeno venti badanti, alle quali lesina cibo e riscaldamento (le fa dormire in una stanza con termosifone spento) e che naturalmente le rubano detersivi e biancheria.

Il signor Romolo, 79 anni, è accompagnato dalla moglie e dal figlio. Appena si siede dice di non essere sordo, che è inutile che alzi la voce. Ha lavorato come fornaio fino a quarantant’anni (“fino a cinquanta”, dice la moglie), poi venduto l’esercizio (“è stato un affare, il negozio me lo indiavano tutti”) ha fatto rappresentante di farine per fornerie e pasticcerie per dieci anni (“cinque” dice la moglie) (“i miei vecchi clienti quando mi incontrano mi ricordano ancora”) e infine di prodotti per la ristorazione (“i migliori li avevo io”). Quando la moglie interviene per spiegarmi il motivo della visita, che lui giudica inutile, l’hanno costretto i figli, la zittisce. Ha perso la memoria, ma non la prepotente maleducazione.

Ogni volta che entra un paziente in ambulatorio, ogni volta che ne visito uno in corsia è una storia nuova. Il più delle volte le vite non sono edificanti, anzi, spesso ho a che fare con la parte meno buona delle persone, con le loro miserie, certamente la malattia non facilita il nascondimento dei nostri lati peggiori.

Quando li ascolto provo ugualmente a scovarne il lato buono.

Cerco qualcosa che motivi a fare meglio il mio lavoro oppure è solo scetticismo maturato in tanti anni di professione, do per scontato che non potrò incidere sulla loro vita, lo considero una impresa inutile e che meglio evitare coinvolgimenti emotivi negativi?

D’altronde non si dice sempre bene anche quando si parla dei morti?

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