La signora Maria, 76 anni, vedova, non sta bene. Sono sei mesi che non sta bene, sono sei mesi che fa esami di ogni tipo, del sangue, ecografie, radiografie, TAC, risonanze: negativi. Viene in ambulatorio accompagnata dal figlio col quale vive. Non sta bene. Sono sei mesi che ha capito che il figlio prima o poi, presto, andrà a vivere con l’attuale fidanzata, uscirà di casa. Ovviamente è felice che il figlio abbia trovata la donna adatta a lui, già… ovviamente.
La signora Giovanna ha 82 anni, è vedova da più di cinquant’anni. Quando il marito è morto ha continuato da sola la loro attività commerciale, un negozio di calzature. Ha cresciuto le quattro figlie con durezza, non avrebbe potuto fare diversamente. Le figlie si sono sposate, a loro volta hanno avuto figli, belle famiglie; tuttora sono succubi della madre che dicono di non aver mai dato loro una carezza, un bacio. Col tempo oltre al decadimento cognitivo, il carattere si è ulteriormente irrigidito, lei non è mai contenta e le ricatta con malattie vere o immaginate facendole sentire in colpa (con sacrifici immensi le ha fatte crescere…). È sempre più egoista. Quando le chiedo con chi vive, dice da sola, ma sola non è mai, ha già cambiato almeno venti badanti, alle quali lesina cibo e riscaldamento (le fa dormire in una stanza con termosifone spento) e che naturalmente le rubano detersivi e biancheria.
Il signor Romolo, 79 anni, è accompagnato dalla moglie e dal figlio. Appena si siede dice di non essere sordo, che è inutile che alzi la voce. Ha lavorato come fornaio fino a quarantant’anni (“fino a cinquanta”, dice la moglie), poi venduto l’esercizio (“è stato un affare, il negozio me lo indiavano tutti”) ha fatto rappresentante di farine per fornerie e pasticcerie per dieci anni (“cinque” dice la moglie) (“i miei vecchi clienti quando mi incontrano mi ricordano ancora”) e infine di prodotti per la ristorazione (“i migliori li avevo io”). Quando la moglie interviene per spiegarmi il motivo della visita, che lui giudica inutile, l’hanno costretto i figli, la zittisce. Ha perso la memoria, ma non la prepotente maleducazione.
Ogni volta che entra un paziente in ambulatorio, ogni volta che ne visito uno in corsia è una storia nuova. Il più delle volte le vite non sono edificanti, anzi, spesso ho a che fare con la parte meno buona delle persone, con le loro miserie, certamente la malattia non facilita il nascondimento dei nostri lati peggiori.
Quando li ascolto provo ugualmente a scovarne il lato buono.
Cerco qualcosa che motivi a fare meglio il mio lavoro oppure è solo scetticismo maturato in tanti anni di professione, do per scontato che non potrò incidere sulla loro vita, lo considero una impresa inutile e che meglio evitare coinvolgimenti emotivi negativi?
D’altronde non si dice sempre bene anche quando si parla dei morti?
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