Il paziente ha 93 anni e sa di avere poco da vivere. È stato ricoverato per una febbre persistente e per una perdita di peso involontaria.
È cresciuto in collegio dai salesiani, ha conseguito il diploma di ragioneria e ha lavorato in banca fino a diventare dirigente. Non si è mai sposato e, fino al ricovero, ha vissuto solo.
Sa perfettamente di avere un tumore in fase avanzata. I familiari, due fratellastri più giovani, ormai anziani anche loro, non vogliono che gli venga detta la diagnosi per proteggerlo. Lui lascia che credano che non sappia.
Le infermiere lo descrivono come una persona riservata. Non vuole disturbare, chiede poco e ringrazia sempre.
Alla fine di una visita lascio uscire dalla camera colleghi e infermieri e mi siedo accanto al letto. Comincia a raccontarmi la sua vita.
Una vita semplice e ordinata. Un amico conosciuto in collegio, con il quale ha mantenuto soprattutto rapporti telefonici fino alla sua morte, una ventina d’anni fa. I pranzi di Natale con i familiari. I viaggi estivi, uno ogni anno, continuati anche dopo il pensionamento a sessant’anni.
«Ho visto tutto», dice. L’ultimo viaggio è stato in Patagonia, la scorsa estate.
Per il resto, la regolarità della vita quotidiana.
Mi dice di essere stanco, che vivere è stato faticoso e che ora aspetta la fine quasi come una liberazione.
Poi aggiunge: «Sa, dottore, mia madre è morta quando sono nato, è morta di parto. Un giorno mio padre venne a trovarmi in collegio. Parlando di mia madre con un familiare di un mio compagno, gli sentii dire che ero stato io la causa della sua morte, che l’avevo ammazzata io».
Fa una pausa.
«Con questo pensiero in testa ho vissuto tutta la mia vita».
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