L’ho incontrata la prima volta moltissimi anni fa, io ero un dottorino; non so quanti anni avesse, né c’era motivo di chiederglielo. Era la superiora (la “madre”) di una comunità religiosa della nostra città e dirigeva un convitto di studentesse universitarie fuori sede. Non infrequentemente veniva in ospedale ad accompagnare le consorelle ammalate, o, se ricoverate, a chiedere informazioni sulla loro salute.
Nacque un’immediata simpatia reciproca, dovuta forse anche al fatto che in uno dei primi incontri mi aveva detto di essere figlia di un medico condotto.
Quando incaricata a dirigere una comunità di suore anziane ammalate venne trasferita in un comune della provincia, provai un grave dispiacere per me e per lei e glielo dissi chiaramente. Le suore vivono in povertà e ancor più le suore ammalate. Conoscevo l’istituto dove era stata comandata, avrebbe dovuto governare una comunità disponendo poco più che della carità umana. Lei invece non manifestò alcun disappunto: nella sua come in tutte le congregazioni vige il carisma dell’obbedienza e quindi il problema, almeno apparentemente, non si poneva. Anche là andavo a farle vista quando potevo e sempre il giorno di Natale; mi accompagnava Laura che nel tempo è diventata sua cara amica, le portavo qualche panettone regalatomi dai pazienti e lei ricambiava con il consueto centrino bianco fatto a mano dalle suore (pizzo o uncinetto) e un libro della storia della fondatrice della congregazione.
Mi si stringeva il cuore vedendola in mezzo a tanta sofferenza e povertà, ero convinto potesse dare molto di più stando con le adolescenti, oppure a dirigere una scuola materna.
Successivamente e per qualche anno è stata anche la direttrice di una pensioncina di vacanza per pie donne, in montagna.
Le nostre conversazioni erano sempre gradevoli, calde, anche quelle difficili: parlava della sua vita spirituale e del senso di “inadeguatezza” che talora provava, della preoccupazione di non essere all’altezza rispetto all’impegno promesso, faceva trasparire allo stesso tempo la cieca e provvidenziale convinzione di non essere sola, di poter sempre godere della “protezione”.
Sono passati moltissimi anni dal primo incontro.
Da qualche anno è tornata in città come suora semplice, conservando una notevole vitalità intellettuale e una serenità costante.
Per lungo tempo ha organizzato incontri mensili in cui mi invitava a tenere una lezione di educazione sanitaria alle consorelle, molte delle quali superavano i novant’anni. Parlavo loro delle regole per invecchiare bene — con un pizzico di ironia da parte mia. Era sempre orgogliosa della nostra amicizia: quando mi presentava, il suo volto si illuminava di vanto. A mia conoscenza, questa piccola vanità era l’unico vezzo che si fosse mai concessa.
Negli ultimi anni i nostri incontri sono diventati più rari. Qualche tempo fa l’ho rivista durante l’inaugurazione della ristrutturazione dell’istituto in cui viveva, trasformato in RSA. Due settimane fa sono tornato a trovarla, senza un motivo preciso: semplicemente ho sentito di doverlo fare. Era a letto, molto stanca, ma mi ha salutato con uno slancio di felicità che raramente mi era capitato di percepire.
Stamattina la superiora ha mandato un messaggio dicendo che suor Assunta è morta nel sonno. Fra poco sarebbe stata centenaria. Siamo andati a portarle il nostro saluto, la comunità era in preghiera attorno alla bara.
Mi sento profondamente grato alla vita – o a chi per lei – per avermi fatto incontrare tanti anni fa suor Assunta: un’amicizia discreta, luminosa e tenace, che ha accompagnato silenziosamente il mio cammino e che oggi, nel ricordo, mi resta come un dono prezioso.
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