Notiziario dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Brescia – aut. Tribunale di Brescia n. 195/1962

Tecnica ed empatia: l’essenza della professione medica

In un’epoca di veloci cambiamenti tecnologici e sociali, la medicina sta compiendo passi da gigante in termini di precisione diagnostica, terapie innovative e tecniche chirurgiche. Tuttavia, mentre celebriamo i successi della scienza, non dobbiamo dimenticare che al centro della professione medica c’è, e deve sempre esserci, l’essere umano. La medicina non è solo una scienza, ma anche, e soprattutto, un’arte umanistica. Essa si fonda sul rispetto della dignità della persona e sulla comprensione profonda del paziente come individuo unico, con la sua storia, le sue emozioni e le sue speranze.

La medicina è infatti di per sé anche una disciplina umanistica, perché nella prassi assistenziale pone l’uomo nella sua totalità al centro della cura, coniugando la componente tecnico-scientifica con quella antropologica ed etico-religiosa. Questo approccio ricorda ai medici che la malattia non colpisce solo un corpo, ma una persona nella sua interezza: fisica, psicologica e sociale. Curare una malattia senza considerare la complessità della vita del paziente significa offrire una soluzione parziale, quando invece è richiesta una visione olistica.

Noi medici siamo consapevoli che nella pratica clinica ascoltare un paziente è tanto importante quanto formulare una diagnosi accurata. Il dialogo è infatti il primo strumento di cura, poiché permette di comprendere non solo i sintomi fisici, ma anche l’impatto emotivo e sociale della malattia. L’empatia, la capacità di mettersi nei panni dell’altro, è un’abilità che ogni medico dovrebbe sviluppare e affinare nel corso della propria carriera. Questo non solo rafforza il rapporto di fiducia con il paziente, ma favorisce una cura più completa ed efficace.

Eppure, oggi un medico fatica ad avere il tempo dell’ascolto come tempo di cura, perché in un sistema sanitario in crisi e in carenza di risorse umane è pressato da incombenze burocratiche e carichi di lavoro eccessivi. La relazione medico-paziente, che è il cuore pulsante della medicina e si fonda su un dialogo reciproco, sull’ascolto attivo e sul rispetto della soggettività del paziente, rischia di venire così compromessa. Occorre invece ricostruire un rapporto medico-paziente, restituendo centralità alla relazione e alla fiducia reciproca, a partire dai diritti e doveri di ciascuno. La partecipazione attiva, informata e la piena adesione da parte del paziente al percorso di cura proposto sono infatti fattori determinanti per supportare il clinico ad esercitare la professione come prevede il codice deontologico, in piena autorevolezza, a rafforzare la relazione e l’alleanza terapeutica.

Ma come si può operare affinché il professionista recuperi il tempo della relazione e sviluppi competenze relazionali e comunicative capaci di rispondere in modo più adeguato ai bisogni attuali del paziente?

Sicuramente, occorre intervenire a livello organizzativo e strutturale su un sistema sanitario in forte affanno, provato da carenze di personale medico e tagli lineari alle risorse umane e finanziarie. Il tempo di cura e di ascolto è venuto meno a causa di una progressiva burocratizzazione del lavoro del medico, chiamato sempre più ad essere un tecnico che ottempera a linee guida stabilite dall’amministrazione, più che un professionista che opera in scienza e coscienza, all’interno di una relazione con il paziente che è innanzitutto un rapporto tra due persone. Dobbiamo tornare ad essere medici dei cittadini, delle persone, perché solo all’interno di un ruolo professionale autonomo e indipendente possiamo recuperare il rapporto umano esclusivo con il paziente che si affida a noi.

Dobbiamo infatti partire dal presupposto che la medicina sia una pratica valutativa, in cui le decisioni non si possono basare solo su un approccio scientifico ma anche su giudizi di valore, non determinabili in base a criteri puramente oggettivi. Solo il malato, per esempio, può decidere se un trattamento sia tale da conciliare il prolungamento della sopravvivenza con un livello di qualità della vita accettabile.

Purtroppo, il modello di formazione medica attuale, orientato prevalentemente sulla tecnica e sulla scienza, spesso trascura l’aspetto umanistico. L’enfasi sugli esami diagnostici e le procedure può portare alla riduzione del paziente a un semplice “caso clinico”. Le competenze relazionali dovrebbero invece essere insegnate tanto quanto le competenze tecniche: corsi di etica medica, antropologia della salute, comunicazione empatica e narrazione della malattia possono aiutare i futuri medici a sviluppare una maggiore consapevolezza delle dimensioni umane della professione.

Il futuro della medicina è racchiuso proprio nella nostra capacità di integrare le capacità tecnologiche con l’empatia e la comprensione interpersonale. Nessun algoritmo potrà mai sostituire il giudizio clinico che emerge dall’incontro tra un medico e il suo paziente, un incontro che è fatto di ascolto, intuizione e una profonda connessione umana.

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