Trasformare la diagnosi in relazione
Le domande fondamentali della filosofia: «Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?», si trasformano nella vita quotidiana in riflessioni che portano a chiedersi a che serve la propria vita, la propria professione. Aristotele afferma che «gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori. […] Ora chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere»[1]. La capacità di meravigliarsi è propria dell’uomo e della donna ed è ciò che impedisce la caduta in quella ripetitività che renderebbe l’essere umano incapace di un’esistenza veramente personale[2]. L’uomo, rileva Pascal, non è che una “canna”, è piccolo e fragile rispetto all’universo che lo circonda e gli basta poco per essere abbattuto moralmente e fisicamente. Tuttavia, con il suo pensiero è in grado di superare la grandezza dell’universo stesso, perché «con lo spazio l’universo mi comprende e mi inghiotte come un punto; col pensiero io lo comprendo»[3]. Come sottolinea anche Kant nella Critica del Giudizio, l’essere umano è infinitamente più grande e superiore alla natura circostante, anche quella più potente e più vasta, perché è dotato di ragione e della capacità riflessiva che gli permette di comprendere e di rielaborare i suoi pensieri. Questo porta per Kant al prodursi di uno stato d’animo sublime che nasce dalla nostra capacità di giudizio di collegare «l’immaginazione alla ragione»[4], elevando l’anima alla libertà.
Con l’uso del giudizio riflettente, l’essere umano aggiunge alla conoscenza scientifica, basata su giudizi determinanti, quel quid, chiamato in estetica “non so che”, favorevole alla formulazione di un giudizio di bellezza. Grazie alla percezione del bello, che per Kant è propria solo dell’essere umano, l’uomo e la donna sono in grado di predisporre l’animo alla relazione positiva con le persone e con le cose. Attualizzando queste speculazioni e mettendo l’essere umano di fronte, non alla grandezza dell’oceano naturale, bensì a quella dell’oceano della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, possiamo dire che l’essere umano kantianamente inteso abbia in sé la capacità di dirigere l’ingegno, evitando di essere paradossalmente da esso diretto. È un modus operandi artistico che rievoca la definizione aristotelica di arte intesa come «disposizione accompagnata da ragionamento vero che dirige il produrre»[5]. In medicina lo sviluppo tecnologico in generale e l’utilizzazione dell’intelligenza artificiale in particolare hanno contribuito e contribuiscono tuttora ad un’implementazione delle risorse diagnostiche e delle pratiche di cura. Tuttavia, la velocità con cui avviene lo sviluppo delle diverse tecnologie non lascia tempo per fermarsi a porsi domande.
La velocità con cui avviene lo sviluppo delle diverse tecnologie non lascia tempo per fermarsi a porsi domande.
Nel mondo greco antico si distingueva tra cronos, che rappresenta la durata del tempo storico, scandito da un prima e da un poi, e kairos, un momento all’interno di cronos, in cui vi è la possibilità di vivere il tempo in un’altra dimensione. Il kairos è una possibilità per l’individuo di vivere un’occasione propizia e unica. Attualizzando questa distinzione si può dire che il tempo tecnologico sia solo cronos, mentre quello umano sia soprattutto kairos. La sofferenza spesso spaventa e fa sentire impotenti, e per ovviare a questo limite è paradossalmente possibile che ci si abitui ad essa, affrontandola con routine, burocratizzando il problema. Le difficoltà esistenziali possono però trasformarsi in tempo di prova, in un kairos che sfida il cronos, per riappropriarsi di ciò che è suo e di quella pienezza di vita che solo ciò che è essere e non macchina può esprimere.
Nell’esercizio della sua professione il medico incontra inevitabilmente la sofferenza. Meditare sul senso di questa, dovuta ad una malattia, ad un incidente, ad una violenza subita, o più semplicemente pensare che la propria professione, per quanto approfondita e supportata dalle più moderne e sofisticate tecnologie a disposizione, ha comunque dei limiti, aiuta in realtà nella comprensione di chi si ha di fronte e ad infondergli coraggio.
L’agire in un ambiente professionale altamente competitivo e da cui ci si aspetta sempre molto di più di quello che si è a volte nella possibilità di dare, è spesso fonte di frustrazioni, che possono demotivare la persona, impedendole di guardare il prossimo come una nuova opportunità d’essere. Accogliere l’amarezza del sentimento d’impotenza di fronte a situazioni complesse, o anche accettare l’umiliazione che viene dall’errore che si poteva evitare, o che avrebbe dovuto essere evitato, richiedono una grande forza d’animo, che porta ad accettare i propri limiti. Tuttavia, è proprio a causa di questa realtà umana “limitata” che le professioni vengono indirizzate verso un’utilizzazione massiccia della tecnologia, perché sotto la necessità dell’efficienza, si nasconde in realtà la ricerca della perfezione, e del superamento dei limiti della propria natura. Anche se l’applicazione della tecnologia nella vita in generale e nella professione medica in particolare rende più operativi, resta saldo il ruolo dell’essere umano, che ha la capacità e anche la responsabilità di trasformare la produttività in cura e la diagnosi in relazione.
La medicina – spiega Aristotele – non ha il compito di rendere sani, ma procedere con la guarigione fin dove sia possibile.
Un legame di questo tipo non può aver luogo nell’incontro tra un malato e un care-giver “umanoide”, perché questo, pur essendo altamente in grado di simulare sensazioni ed emozioni umane, non può comunque provarle, si verificherebbe una relazione sbilanciata, perché non avverrebbe tra due persone, bensì tra una persona che è ontos e una macchina che è solo techne. Essere pieni di nozioni e di informazioni non equivale ad avere vita e a trasmetterne la forza. Il malato attende il medico non solo per conoscere la sua diagnosi, ma anche per la relazione che si instaura tra loro. L’inizio di una valutazione clinica avviene con un momento di conoscenza che solitamente è favorito dalle domande anamnestiche del medico al paziente.
Durante questa fase, come spiega Platone nel Menone, si comprende come l’apprendere e l’imparare comincino con un “ricordare”. «La dottrina del conoscere come ricordare respinge l’inerzia e rende l’uomo forte ed attivo, perché mostra come sussista l’effettiva possibilità di indagare ciò che non si sa e stimola a ricercare il vero»[6].
Il dialogo, che può avvenire anche solo con la presa delle mani altrui tra le proprie, e volgendo lo sguardo attento, ma anche comprensivo, verso l’altro, è il metodo di relazione per trasmettere quella forza utile non solo per guarire, quando ciò è possibile, ma anche per accettare e accettarsi: per ritornare ad “essere”. La «medicina – spiega Aristotele – non ha il compito di rendere sani, ma procedere con la guarigione fin dove sia possibile, poiché si possono curare convenientemente anche coloro che non sono in grado di recuperare la salute»[7]. Il dialogo tra curante e necessitante permette il consolidarsi di un’esperienza che favorisce l’interpretazione dei dati che è un’azione superiore al processarli come farebbe una macchina. Sempre Aristotele, nella Metafisica, spiega che «se uno possiede la teoria senza l’esperienza e conosce l’universale ma non conosce il particolare che vi è contenuto, più volte sbaglierà la cura, perché ciò cui è diretta la cura è, appunto, l’individuo particolare»[8]. Si evidenzia qui la necessità di una visione antropologica che tenga conto della complessità dell’essere umano, il quale va colto, come sottolinea Rosmini, «nella salute e malattia come soggetto unitario di anima e corpo, dove gli aspetti fisico e psichico possono essere distinti a livello logico, ma non ontologico, tanto da porre la ricerca medica nella condizione di tenere presente le loro interazioni reciproche e la loro connessione fisiologica in ogni istante della vita terrena»[9].
Aristotele, Metafisica, a cura di G. Reale, Rusconi, Milano 1997, A 2, 982b 10-20, p. 11. ↑
Cfr. Giovanni Paolo II, Fides et ratio. Lettera enciclica circa i rapporti tra fede e ragione, p. 7. https://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/bnw/fides_et.pdf ↑
B. Pascal, Pensieri, in Id., Opere. Edizione integrale, a cura di D. Bosco, Morcelliana, Brescia 2022, fr. 104, p. 810. ↑
I. Kant, Critica del Giudizio, a cura di A. Gargiulo, Laterza, Bari 1997, §26, p. 183. ↑
Aristotele, Etica nicomachea, a cura di M. Zanatta, Bur, Milano 1996, vol. 2, VI,4, 1140, 5-10, p. 595. ↑
G. Reale, Introduzione. Esposizione critica e interpretazione del «Menone», in Platone, Menone, a cura di G. Reale, La Scuola, Brescia 1995, p. 11. ↑
Aristotele, Retorica, intr. di F. Montanari, a cura di M. Dorati, Oscar Mondadori I, 1355b, p. 11. ↑
Aristotele, Metafisica, cit., A 1, 981 a 20-25, p. 5. ↑
F.L. Marcolungo, Il compito della medicina dell’Antropologia di Antonio Rosmini, in «Annuario di Filosofia della Medicina», 1, 2023, p. 105. ↑
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