È la quarta volta in due mesi che viene ricoverata d’urgenza. Ha 97 anni, vive a casa propria e uno dei due figli, quello che abitualmente la accompagna in ospedale, si è trasferito da lei per assisterla.
I motivi del ricovero sono stati ogni volta diversi: la prima volta un’infezione urinaria febbrile, la seconda uno scompenso cardiaco, la terza una cistite emorragica, stavolta una polmonite. Durante il primo ricovero il figlio aveva raccontato che, prima della malattia, la mamma aveva soltanto un lieve difetto di memoria e che, con un minimo aiuto, riusciva ancora ad alzarsi dal letto, a fare qualche passo e a mangiare da sola.
Il collega che l’aveva accolta gli aveva dato credito, sebbene lo stato mentale, l’atrofia muscolare e l’arrossamento dei talloni, descritti dall’infermiere in cartella, facessero dubitare che lo stato di salute precedente fosse realmente quella riferita.
Al secondo ricovero, avvenuto pochi giorni dopo la dimissione, avevo suggerito al collega di verificare se i figli fossero ancora in grado di assistere la madre a domicilio. Il problema non erano tanto le cure mediche, quanto l’assistenza quotidiana. Avevo proposto di considerare una RSA, ma i figli avevano rifiutato, chiedendo invece un ricovero riabilitativo per il quale non esistevano indicazioni. Alla fine avevano insistito per riportare la madre a casa. Tre giorni dopo era nuovamente in ospedale.
Anche il terzo ricovero si era concluso con una dimissione in condizioni di stabilità clinica, seguita dopo pochi giorni da un nuovo accesso in ospedale.
Al quarto ricovero la situazione non può più essere affrontata come una successione di episodi acuti indipendenti. La paziente presenta uno stato cognitivo gravemente compromesso ed è completamente dipendente. I ripetuti ricoveri testimoniano una condizione di estrema vulnerabilità e rendono necessario individuare una modalità di assistenza adeguata, evitando, per quanto possibile, ulteriori ospedalizzazioni.
Una RSA potrebbe rispondere a queste esigenze. In attesa di un posto accreditato, tuttavia, l’ingresso avviene spesso in regime privato, con costi interamente a carico della famiglia; anche successivamente resta generalmente una quota della retta da pagare.
Decido di occuparmi personalmente della dimissione e convoco i familiari.
Al colloquio si presenta il figlio che incontro abitualmente in corsia. Potrebbe avere una settantina d’anni, è magro, ordinato, indossa abiti vecchi e di buona fattura. Parla con proprietà e modi cortesi.
Comincio spiegando che la madre è arrivata alla fase conclusiva della sua vita e che, in queste condizioni, la qualità dell’assistenza conta più della possibilità di intervenire su ogni nuovo episodio di malattia, gli propongo quindi un ricovero in RSA.
Mi ascolta senza interrompermi. Quando però gli spiego che, almeno inizialmente, la retta sarà interamente a carico della famiglia e gli comunico il costo previsto, il suo atteggiamento cambia.
Mi dice che non può assolutamente accettare una soluzione del genere. Non per una questione economica, precisa, ma perché ha promesso alla mamma che non l’avrebbe mai mandata in una RSA.
Non ho motivo di dubitare che quella promessa sia stata fatta e che per lui abbia un significato importante. Del resto, si è trasferito a casa della madre per assisterla, assumendosi un impegno certamente gravoso.
Gli faccio osservare che le condizioni della mamma sono profondamente cambiate e che la questione non è dove avrebbe desiderato vivere quando stava bene, ma dove possa ricevere l’assistenza migliore nelle condizioni attuali.
Non cambia idea, la mamma deve tornare a casa, come le ha promesso.
Considerata la gravità delle condizioni generali, il progressivo deterioramento e la prognosi sfavorevole, ritengo opportuno proporre anche una valutazione per il ricovero in hospice, dove l’assistenza sarebbe rivolta soprattutto al controllo dei sintomi e al comfort della paziente. Questa soluzione, a differenza di quella in RSA, è interamente a carico del servizio sanitario. Accetta immediatamente.
La struttura disponibile è a trentacinque chilometri da casa. Quando glielo comunico, ripete: «Trentacinque chilometri?». Poi mi domanda quale sia la prognosi della madre. Gli rispondo che le condizioni sono molto gravi, ma che non è possibile prevedere con precisione quanto tempo le resti da vivere.
Non so che cosa lo preoccupi maggiormente. So soltanto che la proposta di ricovero in RSA era stata respinta senza possibilità di discussione, mentre quella dell’hospice è stata accettata immediatamente, dopo che gli ho spiegato che non comporta spese per la famiglia.
Prima di congedarsi mi ringrazia. Non gli chiedo che cosa abbia determinato il cambiamento della sua decisione.
La madre sarà trasferita in hospice, se la valutazione confermerà l’appropriatezza del ricovero e non appena si renderà disponibile un posto. Della promessa fatta alla madre non parliamo più.
![]()





























































































