Nell’attuale panorama della medicina iper-specialistica, dove l’algoritmo e l’evidenza biochimica sembrano dettare l’agenda della cura, il rischio più insidioso per il clinico è lo smarrimento della dimensione del “limite”. Giuseppe Remuzzi, nel suo ultimo saggio “In punta di piedi” (Mondadori), ci riconnette con una forza calma ma dirompente alla realtà più ineludibile della nostra professione: la gestione del fine vita. Il volume non è solo una riflessione filosofica, ma un vero e proprio “manuale di postura” etica per il medico moderno.
Il titolo è una dichiarazione d’intenti: entrare nella stanza di un paziente che percorre l’ultimo miglio richiede una grazia che non si apprende sui manuali di fisiopatologia. Remuzzi, con la consueta lucidità scientifica venata di profonda partecipazione umana, sposta il baricentro del discorso dall’accanimento terapeutico all’accompagnamento consapevole.
Il cuore pulsante del libro risiede nell’analisi del conflitto tra il principio di beneficenza e quello di autonomia. Remuzzi affronta il superamento del paternalismo medico, rivendicando il diritto del paziente a essere l’unico arbitro della propria dignità. L’autore esplora il delicato equilibrio delle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), non come meri atti burocratici, ma come strumenti di alleanza terapeutica. In questo senso, la bioetica di Remuzzi è una bioetica della relazione: il medico non è un mero esecutore di volontà, né un decisore assoluto, ma un “facilitatore di consapevolezza” che aiuta il malato a navigare l’incertezza.
Un capitolo cruciale è dedicato alla distinzione, spesso ancora confusa nel dibattito pubblico, tra eutanasia e sedazione palliativa profonda. L’Autore sostiene la necessità di garantire a ogni individuo il sollievo dalla sofferenza refrattaria, intesa non come una “resa” della medicina, ma come l’applicazione più alta del dovere di cura. Citando figure come l’arcivescovo Desmond Tutu, l’autore cerca di ricomporre la frattura tra visione laica e religiosa, trovando un terreno comune nel rispetto del corpo che soffre. Il confine bioetico tracciato è chiaro: la medicina deve combattere la morte finché c’è spazio per la vita, ma deve avere l’umiltà di fermarsi quando la sopravvivenza biologica diventa una prigione di dolore.
In un sistema sanitario spesso congestionato e spersonalizzato, “In punta di piedi” è un monito contro l’indifferenza tecnologica. Sebbene la missione del medico sia preservare la salute, esiste un momento in cui il successo clinico non coincide più con la durata della vita, bensì con la qualità del congedo.
Per il medico lettore, questo libro rappresenta un invito alla lentezza e all’ascolto attivo. Ci esorta a non guardare altrove quando la tecnica esaurisce le sue frecce, ricordandoci che è proprio lì, sulla soglia del mistero, che l’arte medica esprime la sua forma più pura di umanità. È una lettura necessaria per riscoprire che curare, a volte, significa semplicemente restare, in silenzio, rispettando il passo di chi se ne va.
In punta di piedi
di Giuseppe Remuzzi
Mondadori, 2025
Pagine 144
Euro 17,10
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