Jerome Groopman, oncologo della Harvard Medical School e responsabile del reparto di Medicina sperimentale al Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, all’inizio del suo libro Anatomia della speranza racconta di quando, giovane studente di Medicina, incontrò una paziente affetta da tumore metastatico al seno, deceduta alla giovane età di 34 anni per aver rifiutato di sottoporsi a chemioterapia. L’episodio, allora, lo aveva lasciato sconcertato. Soltanto molti anni dopo, il dott. Groopman riuscì a capire ciò che all’epoca degli eventi gli era sfuggito. La formazione medica che aveva ricevuto – scrive – non prevedeva l’esercizio dell’empatia, che perlopiù veniva avvertita come un rischio di eccessivo coinvolgimento emotivo. Tuttavia, quel distacco che si riteneva “professionale” si traduceva in un fondamentale misconoscimento dell’animo umano:
La medicina non può essere solo scienza ma empatia.
Era il 1975. Nondimeno, questa riflessione mantiene la sua attualità, nella misura in cui nei luoghi della cura vige ancora (non sempre e non ovunque, fortunatamente) una rigida distinzione di ruoli, se non una vera e propria separazione tra chi cura e chi è curato, tanto da impedire la comunicazione profonda e la comprensione reciproca. Di questo paradosso hanno scritto, ormai vent’anni anni fa, tre medici italiani in un libro dal titolo Dall’altra parte , nel quale raccontano l’esperienza della propria malattia e il ribaltamento di prospettiva che questa esperienza ha provocato in ciascuno di loro. Abituati a mantenere le distanze, per i lunghi anni in cui si sono dedicati alla cura degli ammalati, non avevano mai compreso, tuttavia, che cosa significasse sentirsi feriti, impotenti e vulnerabili, se non quando sono stati costretti ad affidarsi alle cure di altri.
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