L’evoluzione tecnologica che contraddistingue la nostra epoca ha subito un’accelerazione prima inimmaginabile con l’introduzione e l’applicazione in pressoché tutte le attività umane dell’intelligenza artificiale (AI).
La medicina, da questo punto di vista, si presenta come un campo applicativo vasto e di straordinario interesse, con potenzialità in buona misura difficili da prevedere. Ciò comporta che nel prossimo futuro saremo costretti non solo a ripensare radicalmente l’iter formativo dei medici, adeguandolo alle nuove conoscenze e ai nuovi strumenti tecnologici, ma anche a domandarci se non sarà necessario riconsiderare i principi fondanti della medicina, quelli a cui ci si è ispirati per secoli.
Fin dalle origini, infatti, la medicina ha racchiuso in sé una duplice valenza. Quella scientifica e razionale basata su un approccio meccanicista al corpo umano, la stessa che ha consentito gli enormi progressi di cui oggi fortunatamente godiamo. Contemporaneamente la medicina ha preservato e testimoniato, oggi secondo alcuni forse con minore rilevanza, anche la propria natura umanistica, connessa al significato simbolico, sociale e spirituale della malattia.
Ci si interroga, per esempio, su cosa accade quando l’idea di una medicina centrata sulla persona viene soppiantata da una concezione che mette al centro lo strumento tecnologico, facendolo diventare il fine (per altro spesso per condivisione da entrambi gli attori) della relazione medico-paziente? La vastità e la complessità delle conoscenze mediche odierne e soprattutto la loro incredibilmente rapida espansione, stanno rendendo difficile, se non impossibile, anche per le più evolute specializzazioni dei medici, tenere il passo con le continue inarrestabili scoperte e innovazioni. Lecito chiederci, in tale contesto, che ne sia del paziente in quanto individuo con il suo vissuto condizionato in quel dato momento della sua vita dall’esperienza della propria malattia.
L’AI e le altre simili tecnologie ci propongono oggi scenari entusiasmanti ma anche nel contempo pericolosamente distopici.
Dunque l’AI e le altre simili tecnologie ci propongono oggi scenari entusiasmanti ma anche nel contempo pericolosamente distopici, quasi che in esse fosse sottinteso una sorta di patto faustiano. A fronte di una prospettiva di potenziamento della nostra efficacia, velocità, efficienza, precisione, viene da chiederci, in realtà cosa stiamo cedendo in cambio? Forse la nostra autonomia nella libertà di pensare? Consideriamo infatti che l’AI si nutre di impressionanti e illimitate quantità di dati in modo assolutamente incomparabile al confronto delle assai più ridotte facoltà del cervello umano. È noto che le nostre capacità mentali non sopportano oltre un certo grado un eccesso di informazioni afferenti, così come non riescono a concentrarsi che su una entità concettuale per volta, pena un’inibizione dell’attività di attenzione e di pensiero. Una sorta di limite al rischio di sovrasaturazione, come ci spiegano i neurofisiologi e gli psicologi cognitivi. Del resto numerosi studi anche recenti hanno evidenziato che, in particolare tra i giovani, una costante esposizione a stimoli informativi multicanale, ad esempio tramite social media e smartphone, determina una sovrastimolazione cognitiva con conseguenti gravi minacce per l’integrità cognitiva stessa.
In realtà l’esposizione all’AI oggi si accetta cominciare già dall’infanzia, se è vero che in taluni paesi (Cina, USA, Emirati Arabi Uniti e altri) questa diventa materia obbligatoria nelle scuole dalle elementari al liceo. Per preparare i futuri cittadini, si dice, ad un mondo che sarà del tutto diverso dall’attuale. Addirittura questa stessa tecnologia vedrà già la luce nel mondo dei giocattoli (la Mattel la introdurrà nella Barbie), così che il bambino potrà elaborare un’interazione con un oggetto con il quale scambiare discorsi, emozioni, pensieri, sentimenti. In una dimensione relazionale totalmente differente da quella interpersonale vera, quella con un altro bambino, con cui giocare, litigare, condividere, ricevere anche delusioni e dei no, ma in tale contesto evitando il rischio della solitudine davanti ad uno schermo e della possibile futura emarginazione. E del resto anche in ambito universitario accade che studenti che presentano compiti formalmente corretti poi cadano di fronte anche a semplici domande “fuori copione”. Come spesso “fuori copione” è la realtà clinica di quel singolo paziente, con quella storia clinica, quella complessità, in quella condizione socioeconomica e famigliare.
Siamo alle soglie di una trasformazione epocale per la storia dell’umanità, forse maggiore dell’invenzione della ruota, dell’alfabeto, del motore, dell’elettricità, del telefono e di tante altre. Come sempre di fronte a tali prospettive, ancora dai contorni indefiniti, gli uomini reagiscono con sentimenti contrastanti sia di entusiasmo che di incertezza e preoccupazione. Ma la strada è stata intrapresa e, come sempre è successo, sarà irreversibile. Che piaccia o no, la rivoluzione digitale sta accadendo proprio ora e i timori che essa ci suscita nascono proprio dal nostro vivere una realtà ancora completamente analogica mentre avanza una progressiva e sempre più pervasiva nuova realtà digitale.
Non sappiamo quanto e come le nuove tecnologie digitali cambieranno il mondo e noi stessi. Per questo abbiamo bisogno di comprenderle per controllarle prima che siano esse a controllare noi, magari per conto di pochi che ne posseggono le chiavi. Sarà necessario riuscire a dettare noi i principi etici cui l’AI debba soggiacere, per distinguere gli usi cattivi dalle buone pratiche applicative, così che essa sia realmente vantaggiosa per gli uomini e per la società che deve servire.
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