“Buongiorno, assistenza caldaia? Sì, grazie, scusi il disturbo…Sì, è per la caldaia, ha smesso di colpo di funzionare…Come dice? Appena arriva l’inverno queste si rompono? Sembra lo facciano apposta, sì, davvero!”. Nel frattempo, la caffettiera, brontolando, ha riempito la tazzina di caffè. “Stasera dice? Certo, ci sarò!”, e appena prima di riattaccare “Guardi, un’ultima cosa. Ieri sera ho provato a dare un’occhiata: non sono un esperto, ma credo il problema sia il flussostato… Cosa, una foto dice? Su Whatsapp? Certo, volentieri, gliela mando subito”.
Cosa sia un flussostato l’ho scoperto giusto la sera prima: non ne avevo praticamente mai sentito parlare. Quello che so, ed è l’unica cosa certa, è che se apro l’acqua calda, esce fredda. Nulla più. Ma dopo aver digitato “Non esce l’acqua calda dalla doccia”, senza alcun giudizio di sorta, mi vengono fatte tutte quelle domande di cui l’intelligenza artificiale ha bisogno. Mi viene detto passo per passo cosa fare: accendi il miscelatore, verifica se esce poca acqua anche dal caldo, guarda se l’acqua calda non arriva in tutta la casa…e così via, fino a quando non giunge ad una diagnosi.
E mentre mi dirigo in ambulatorio rispondo alla voce di mia madre che risuona per tutta l’automobile. Mi dice che l’idea di colpire una parte della caldaia che non so neanche bene cosa faccia, con l’intento di far accadere qualcosa che non so nemmeno bene cosa sia, le sembra, semplicemente, un’idea stupida. Mi dice che le cose vanno fatte fare a chi le sa fare, perché non basta aver raccolto qualche informazione messa insieme alla bell’e meglio: si rischia solamente di far danno.
Con queste parole che riecheggiano nella mia testa, accendo il computer per prepararmi ad un’altra giornata di appuntamenti ed e-mail. Il primo paziente è già schierato dietro la scrivania e, porgendomi un referto, mi rivela che lo ha già guardato a casa. E averlo guardato a casa, nell’era di Internet, non vuol più solo dire aver ammirato quelle stelline da lontano, con curiosità e timore, come si guarda una costellazione in alto nel cielo, ma, anzi, averle analizzate sotto la lente della più approfondita ricerca, tra forum, siti internet e, magari, gruppi di calcetto del mercoledì sera.
La distanza tra la Medicina e il mondo profano si è ridotta ancora di più dopo l’arrivo dell’intelligenza artificiale.
E durante la mattinata la storia si ripete, spesso – sempre più spesso -, tra chi lo confessa apertamente e chi invece, guardingo, sembra sia in attesa che tu confermi quanto ha trovato la sera prima. E gli esiti sono tra i più disparati: si va dalla soddisfazione dopo aver dato le giuste informazioni, le stesse che erano già state reperite, al fastidio nel non essere creduti (un po’ come se fossimo in cerca, in fin dei conti, di una continua approvazione); dalla difficoltà del dover dimostrare di avere le giuste competenze, alla fatica del dover accettare, a volte, di non convincere mai abbastanza.
Non era forse più facile, prima? Quando il Medico era l’unico a poter accedere a una conoscenza che il mondo esterno poteva considerare quasi elitaria. Un sapere che apparteneva solo a lui, di cui era custode, e che solo lui era in grado di capire. Sicuramente in parte è ancora così – non voglio pensare che la mia figura sia relegata ad essere solo la second opinion dopo Doctor Google -, ma la distanza tra la Medicina e il mondo profano si è ridotta ancora di più dopo l’arrivo dell’intelligenza artificiale. Lei ti dedica tutto il tempo che vuoi, c’è a qualsiasi ora (quale Medico potrebbe?), ti aiuta, spiega e lo fa rispondendo sempre che qualsiasi tua domanda, è sagace e incredibilmente acuta.
E in fin dei conti è giusto così: la conoscenza deve essere democratica; ma serve sempre una buona dose di intelligenza e di umiltà – concetti che, almeno per ora, l’intelligenza artificiale ancora non è in grado di trasmettere – per capire quando le cose non sono alla nostra portata. Ed è qui che il nostro ruolo diventa fondamentale (ma d’altronde, non potremmo fare altrimenti): non dobbiamo usare le nostre forze per respingere qualcosa che è oggettivamente più grande di noi, ma imparare a sfruttarlo a nostro vantaggio, capendo che spesso il paziente lo utilizza più come balsamo per le sue paure e ansie, piuttosto che come consulente per avere una diagnosi precisa.
E così, al termine della giornata, torno a casa – di corsa, come sono partito – per accogliere l’idraulico che sta venendo a ridare calore alla mia dimora. È già nel vialetto, saluta e mi sorride. Gli apro, scendiamo verso la caldaia e indico il punto immortalato nella foto che gli ho inviato la sera prima. Senza prestarmi troppa attenzione estrae un martelletto e colpisce delicatamente e ripetutamente l’oggetto che domina dalla sera precedente la galleria del mio cellulare.
Pum!
Pum!
Pum! Tiiiing!
“Vede?! Era il flussostato”. “Lo vedo”, penso.
“Alla fine è quasi sempre quello.”
“Bene a sapersi.”
“Meglio dai: non era niente di grave! Allora… facciamo 50?”.
“Sì, ecco. Tenga”.
“Grazie”
“Macché, grazie a lei”.
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