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Notiziario dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Brescia – aut. Tribunale di Brescia n. 195/1962

Essere medici oggi: il parere dei giovani medici 4. Il percorso formativo

Abbiamo chiesto a un gruppo di giovani medici di raccontarci motivazioni, problemi e prospettive del loro percorso professionale, rispondendo ad alcune nostre domande.

Vi proponiamo in anteprima una sintesi delle loro risposte, che proporremo on line a cadenza settimanale, suddivise per argomenti tematici. La versione integrale dei contributi sarà pubblicata sulla prossima edizione cartacea di Brescia Medica.

Cosa cambieresti nel percorso formativo medico di base e specialistico?

«Credo vada revisionato alla radice ispirandosi al modello anglosassone o nord europeo dove la formazione teorica e pratica vanno di pari passo». (Roberta Alghisi, specialista in Urologia)

«Avendo svolto sia il corso di medicina generale ed essendo ormai al termine del mio percorso di specializzazione ritengo che nel primo debba essere lasciata maggiore autonomia al medico in formazione, che molto spesso svolge soltanto un ruolo di osservatore, a differenza dello specializzando che partecipa attivamente alle varie attività. Per tale motivo i due corsi dovrebbero essere equiparati dal punto di vista formativo e retributivo. Inoltre, nel corso della specializzazione ritengo sia necessario ruotare nei vari setting di competenza specialistica per avere una preparazione ed un’esperienza tale da poter affrontare le varie prospettive lavorative». (Sara Rocchi, specializzanda in Geriatria)

«Sono preoccupato dalle recenti novità apportate al corso triennale di formazione in Medicina generale. La possibilità per i corsisti di scegliere un ambito e svolgere l’attività di MMG fin dal primo anno di specializzazione credo vada ad impoverire la preparazione del giovane medico. Personalmente ho trovato fondamentale frequentare e “rubare la professione” a tutor esperti, mi spaventa che i futuri colleghi non abbiano pienamente questa possibilità. Questo è un lavoro che si impara con la pratica, ma il rischio di essere lanciati “nella fossa dei leoni” senza le adeguate competenze è alto.

Al posto di sacrificare il tempo in ambulatorio andrebbe rivista la parte di tirocini ospedalieri, spesso doppioni di quelli universitari. Ovviamente trovo che sia utile la conoscenza specialistica, ma può essere un’arma molto più efficace se affiancata alla frequenza nell’ambulatorio di medicina generale fin dal primo anno.

Sono invece soddisfatto dell’introduzione del tirocinio di medicina generale nel curriculum universitario. Rispetto al periodo post laurea le incombenze di lezioni ed esami possono far sì che la partecipazione sia più superficiale, ma trovo giusto che si possa aprire agli studenti una finestra verso un mondo fino a quel momento sconosciuto». (Matteo Bonavita, medico di Medicina Generale)

«Nel percorso formativo della medicina generale che ho sostenuto io dieci anni fa c’erano sicuramente molte carenze soprattutto per quanto riguarda la frequenza ospedaliera. In alcuni casi capitava di frequentare reparti dove eri considerato invisibile al pari dei tirocinanti del quinto e sesto anno del corso di laurea oppure c’erano talmente tanti ragazzi tra tirocinanti del corso di laurea, tirocinanti del corso di medicina generale e studenti tesisti che il povero tutor non riusciva a seguire tutti come avrebbe voluto. Ma ero già un medico abilitato ed ero lì per imparare, quindi alcune volte mi sono sentita di non investire in modo formativo il mio tempo. Fondamentali sono stati invece i due semestri presso lo studio dei medici di medicina generale tutor. In quel periodo mi sono davvero formata e tantissime cose che so del mio mestiere le devo proprio a loro. So che oggi alcuni tirocinanti che prendono l’ambito carente non sono più tenuti a fare questa parte del percorso formativo e penso sia un peccato». (Federica Zanotti, medico di Medicina Generale)

«Posso dire che del mio percorso la parte maggiormente sofferta sono stati i numerosissimi tirocini con il camice lindo e un inutile fonendoscopio in tasca a sostare in corridoio o ad aspettare che qualche strutturato/specializzando si palesasse per poter far fruttare la mattinata. Questo accadeva per lo più nei reparti di Medicina e accadeva purtroppo davvero molto spesso. Ci vuole una buona dose di fortuna per incontrare il tutor giusto, un medico interessato a insegnarti qualcosa senza usare la tua presenza come pretesto per poter finalmente raccontare quell’aneddoto autocelebrativo. Io a distanza di anni ricordo ancora questi tutor e specializzandi, chi con grande gratitudine e chi meno, e questo rende l’idea di quale impatto abbia il tutoraggio per uno student.

Per quanto riguarda invece la specializzazione, appartengo alla generazione fortunata che ha potuto accedere al test nazionale. Sono convinta che questo abbia favorito la meritocrazia e che molte ingiustizie siano state superate rispetto al sistema precedente.

L’attività formativa varia molto da sede a sede, vi sono contesti dove lo specializzando viene affiancato allo strutturato, in una posizione completamente passiva fino al termine della specializzazione, e altri contesti invece che vanno all’estremo opposto, lavorando in piena autonomia, abbandonato in un sistema che sfrutta i medici in formazione per rattoppare le situazioni disastrose dovute alla carenza di personale.  Sarebbe auspicabile un sistema che garantisca la graduale acquisizione di responsabilità e di autonomia insieme ad un tutoraggio adeguato i primi anni.

Guardo con ottimismo al futuro, penso che più si andrà avanti più sarà difficile trovare contesti svilenti per i medici in formazione specialistica, anche grazie alle regole di accreditamento delle scuole, ai sondaggi anonimi obbligatori dei medici di formazione, alle associazioni dei medici specializzandi e in ultimo, ma più importante, la presa di coscienza del medico specializzando del proprio valore aggiunto». (Sara Cherri, specialista in Oncologia)

«Credo che una grossa lacuna sia la mancanza di controllo sull’operato sia di chi forma ma anche e soprattutto di chi viene formato, poco viene fatto per verificare le competenze apprese e se esse siano in linea con ciò che poi al professionista con un determinato titolo verrà richiesto. Mancano momenti di confronto critico tra i diversi attori del percorso». (Daniela Bettini, specialista in Geriatria)

«Un difetto dell’organizzazione del piano di studi è la ripetitività degli esami: ci sono argomenti ripetuti molte volte nel corso dei sei anni, e altri non trattati a sufficienza. Una buona idea proposta più recentemente sarebbe lo studio per organo, e non tanto della materia a tutto tondo.

Altra lacuna del percorso formativo è lo sbilanciamento verso molta teoria e poca formazione pratica, cosa che accade anche per altri tipi di facoltà. Sicuramente è necessaria una ampia base teorica, ma alla fine dei sei anni non si è pronti a gestire una guardia medica, ad esempio. Per quanto riguarda il percorso di specializzazione è bene capire fin da subito che serve tanto studio personale da integrare con l’esperienza di reparto di tutti i giorni: rare sono le occasioni di formazione teorica specifica, ma recentemente tutto questo è stato rivoluzionato da ottimi webinar». (Luca Facchetti, specialista in Radiologia)

«All’interno dei sei anni di laurea magistrale introdurrei un tirocinio formativo con un Infermiere.

Ritengo infatti fondamentale per un futuro medico avere una maggiore conoscenza di chi è e che lavoro svolge uno dei suoi principali collaboratori a cui si aggiunge l’acquisizione di competenze tecniche come posizionamento di accesso venoso e catetere vescicale, corrette tecniche per iniezioni sottocute e intramuscolari, diluizione di antibiotico, prelievo venoso (ammettiamo che alcuni medici non siano in grado di effettuare quanto sopra!).

Rivedrei inoltre l’insegnamento di alcune materie specialistiche dove spesso vengono affrontati temi di nicchia a discapito di temi di più comune riscontro nella pratica clinica: interessante la sindrome di Pendred ma avrei voluto che qualcuno mi insegnasse anche ad utilizzare bene l’otoscopio!

Dal punto di vista delle conoscenze amplierei invece alcuni temi come la palliazione, le tecniche di comunicazione con il paziente e la famiglia, la parte normativa inerente la professione». (Valentina Romano, specialista in Geriatria)

«Le difficoltà incontrate durante il percorso formativo sono molteplici. La principale risiede a mio avviso nella preponderante preparazione accademica universitaria a discapito di una insufficiente preparazione pratica.

Il percorso accademico di un medico è troppo lungo, esageratamente nozionistico e mal strutturato. Perchè non accorciare il percorso formativo? O almeno anticipare quelli che sono i programmi didattici in modo da riservare l’ultimo anno all’inserimento al mondo lavorativo o all’approccio alle specializzazioni. E ancora: perchè esigere dallo studente conoscenze di livello specialistico in tutti gli ambiti della medicina quando nella realtà la medicina è divenuta ormai quasi esclusivamente specialistica se non iperspecialistica? Riterrei perciò utile focalizzare l’attenzione al consolidare maggiormente le nozioni e le competenze cliniche pratiche di base anche se esulano dal proprio percorso specialistico, lasciando la specializzazione e l’iperspecializzazione ad un percorso formativo di II° livello, magari anche più lungo a discapito di un percorso accademico di base che renderei invece più breve.

Per quanto riguarda l’ambito chirurgico, dopo un doveroso periodo di formazione teorica, diviene poi necessario un graduale approccio alla manualità. In questo i numeri contano e fanno la differenza. La regolare possibilità di praticare in sala operatoria, sempre affiancati, permette l’affinamento delle capacità. In questo riterrei utile, se non necessario, la redazione di una linea guida nazionale/ministeriale. Linee guida in cui si elenchino gli obiettivi formativi pratici minimi, in termini di numero minimo di interventi e procedure di base a complessità crescente, che lo specializzando è chiamato ad eseguire su base annua come condizione necessaria ai fini del conseguimento del titolo di specialista». (Federico Bozzi, specialista in Ortopedia)

«Credo che ciò che ancora oggi risulta carente all’interno del percorso formativo medico e specialistico sia principalmente l’integrazione tra l’attività teorica e pratica.

Penso di aver avuto un’ottima preparazione teorica durante gli anni di Medicina. Tuttavia, il tempo trascorso a mettere in pratica o semplicemente osservare ciò che si studiava sui libri era sempre troppo limitato. Pochi sono stati i tirocini formativi e credo che questo rappresenti un grosso limite per il futuro professionale dei giovani medici.

Sempre più spesso, data la carenza di medici che si registra nel nostro Paese, viene richiesto al giovane medico neolaureato di essere pronto per l’attività lavorativa. Tuttavia spesso e volentieri ci si ritrova ad essere catapultati nel mondo del lavoro con poca esperienza sul campo che genera ansie e preoccupazioni a chi inizia ad entrare in questo mondo.

Anche durante il percorso di formazione specialistica, soprattutto nelle branche di tipo chirurgico, l’insegnamento pratico della chirurgia viene spesso centellinato. Ci si ritrova a terminare in molti casi il percorso di specializzazione senza avere alle spalle un buon numero di interventi come primo operatore. E questo tende ad immettere nel mondo del lavoro professionisti non ancora del tutto autonomi, che piuttosto che diventare una risorsa attiva all’interno di una struttura ospedaliera possono essere una fonte di rallentamento delle attività, da formare ulteriormente prima di poter rappresentare una risorsa vera per la struttura stessa». (Domenico Massaro Cenere, specialista in Oftalmologia)

«Credo che l’organizzazione del percorso specialistico sia migliorata negli ultimi anni, con maggior attenzione all’attività didattica e alla progressiva acquisizione di autonomia da parte degli specializzandi. Anche il fatto di poter essere assunti negli ultimi anni di specialità ha dimostrato i suoi vantaggi, ma questa possibilità rappresenta spesso una lama a doppio taglio, perché potrebbe limitare i tempi e la qualità della formazione qualora non fosse ben organizzata. La pandemia e l’estrema carenza di medici specialisti non hanno di certo aiutato, ma credo e spero che nei prossimi anni si andrà ad ottimizzare questa progressiva assunzione di autonomia e responsabilità. Questo potrebbe aiutare anche a definire meglio la figura dello specializzando, ancora troppo spesso visto come uno studente e non come un medico a tutti gli effetti». (Giulia Zambolin, specialista in Malattie Infettive)

4. continua

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