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Uno spazio di confronto sulla medicina con notizie, opinioni e commenti

Notiziario dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Brescia – aut. Tribunale di Brescia n. 195/1962

Il medico e la relazione

Il discorso tenuto dal presidente Di Stefano in apertura dell’Assemblea annuale dell’Ordine dei Medici di Brescia, lo scorso 16 aprile 2023

Gentili ospiti, care colleghe e cari colleghi, benvenuti all’assemblea annuale del nostro Ordine.

Riprendiamo il viaggio e, finalmente…… ci ritroviamo.

Gianmario Fusardi, Presidente della Commissione Albo Odontoiatri, subito dopo di me terrà la sua relazione. Ne approfitto per ringraziare Gianmario e tutti componenti della Commissione per il lavoro svolto, ma ciò che più conta per lo spirito di autentica partecipazione all’azione condivisa dell’Ordine.

Oggi dobbiamo affrontare l’obbligo istituzionale di approvazione del bilancio preventivo per il 2023. Vi verrà illustrato dalla nostra tesoriera e sentirete la relazione della Presidente del Collegio dei Revisori dei conti.

Non è solo un adempimento formale ed ufficiale, ma l’occasione per parlare di noi, delle scelte che proporremo alla comunità medica bresciana nel tratto di consigliatura che ci rimane da percorrere.

Esporrò, brevemente, le nostre linee programmatiche sulla base del dibattito davvero di alto profilo del Consiglio Direttivo.

E concedetemi, per un breve momento, di esprimere vera gratitudine a tutti i consiglieri.   Gratitudine per il valore culturale e di visione della nostra progettualità a cui ovviamente crediamo, ma vi è un elemento di fondo, di sostanza che, in tutti questi anni, mi ha, personalmente, molto arricchito e di cui sono davvero orgoglioso.

Il nostro confronto è sempre stato diretto, schietto, partendo anche da analisi e posizioni diverse, ma con un comune sentire di fondo.

Dare valore e non solo ascolto alle opinioni con umiltà, ricercando una sintesi costruttiva.

E per essere ancora più chiaro, non poche volte mi è capitato di sostenere una tesi per poi ricredermi ascoltando.

E di nuovo, rischiando di andare sopra le righe, questo è un elemento di senso anche del nostro lavoro. Saper ascoltare chi a noi si affida, ma saper ascoltare anche chi, come sempre più spesso succede nella clinica moderna, ci affianca, sia medico o non medico, nel curare.

Nel tempo del dolore, che abbiamo vissuto tutti, alcuni colpiti anche negli affetti più cari, nel tempo dell’incertezza, improvvisamente disarmati e proiettati in un’epoca che pensavamo superata dagli avanzamenti clamorosi e senza precedenti della medicina, abbiamo riscoperto l’atto fondativo, immutabile nel tempo, del nostro lavoro.

I filosofi, e mi scuso per l’ardire di entrare in un campo che non mi appartiene, sostengono che la vita è relazione. 

Ci siamo perché ci sono gli altri.

Ed è un privilegio l’incontro quotidiano con il paziente. Lei o lui, ti svelano i loro timori, le loro angosce, ti consentono di esaminarli, di toccare con mano ed è così che nasce la com-passione, la fiducia.

Ma non basta, loro hanno diritto a qualcosa di più. Hanno diritto alla gentilezza che non è manierismo e nulla ha a che vedere con la buona educazione. La gentilezza è uno strumento potente che va coltivato tutti i giorni e sostiene quella fiducia nata nel primo incontro e che si perpetua e si affina. Di fronte ai momenti in cui la malattia ha vinto è sempre il tempo della gentilezza. 

Attenzione. Non è un di più…… e consente di capire.

E la relazione, le relazioni di valore riguardano anche il nostro essere professionisti. Mi spiego con un esempio. Oggi noi daremo un segno, assolutamente simbolico, ai nostri colleghi, che hanno raggiunto il traguardo dei 60 anni, dei 50 anni e dei 40 anni di laurea.

E tanti di loro potrebbero raccontare a voi giovani delle relazioni nate sui banchi dell’università, delle amicizie che durano una vita, di quanti maestri hanno incontrato nella loro formazione e vita professionale, di quanto mestiere “rubato”, di quanto hanno insegnato.

E la relazione deve essere parte integrante, costitutiva, della formazione universitaria. Una sensibilità nuova, che ritroviamo nel rettore magnifico, e non è l’amicizia che parla.

Insieme: è un patrimonio inestimabile e nei giorni bui della “morte diffusa” vi abbiamo creduto. Di fronte al male oscuro ci siamo parlati, sono cadute le barriere, abbiamo vissuto momenti veri di pietas vicino a chi moriva solo. Certo con le nostre debolezze, con le nostre paure, con i nostri errori.

Fin da quel 20 febbraio 2020 del primo caso italiano di COVID-19, questo Ordine ha posto alle istituzioni, a tutti i livelli, come condizione indispensabile per affrontare l’evento epocale, la costituzione di un coordinamento vero efficace e strutturato. Il nostro appello rimase inascoltato, ma la nostra convinzione era unanime e motivata. Abbiamo insistito con faticosa perseveranza. Incontri con tutte le realtà sanitarie sono diventati poi la regola ed il metodo ha prodotto risultati di rilievo (ambulatorio COVID di II livello, linee guida ed organizzazione della campagna vaccinale).

Stiamo tornando alla quotidianità che pensavamo perduta e che ci sembra bellissima. Si è affievolito quello spirito neo ippocratico? Il desiderio stesso di ritorno alla normalità ci allontana dai momenti tristi e tutti speriamo nei colori gioiosi di questa siccitosa primavera.

E allora approfittando del privilegio dell’età mi rivolgo a voi tanti giovani, colleghe e colleghi, che oggi qui vi impegnate, per tutta la vita, a curare.

Cosa vuol dire “curare”? La cura sorge solo quando l’esistenza di qualcuno ha importanza per me.

Cura include due significati di fondo intimamente legati tra loro. Il primo è l’atteggiamento di vigilanza, di sollecitudine e di attenzione nei confronti dell’altro. Il secondo è quello di preoccupazione e inquietudine (responsabilità) perché la persona che ha cura di un’altra si sente coinvolta e affettivamente legata a questa.

Sempre approfittando dell’età vorrei fare un ringraziamento particolare. Avete studiato tanto e tanto dovrete studiare, vi accosterete al dolore di chi soffre e di chi gli sta accanto, vi accosterete, con sguardo gentile, a chi ha giorni chiusi al futuro.  Ma oggi non voglio ringraziare solo voi, ma voglio esprimere la gratitudine di tutti noi a chi vi accompagna, a chi vi ha accompagnato in questi anni, a chi ha condiviso con voi i momenti di sofferenza e di sconforto e la gioia dei traguardi raggiunti.  I vostri genitori, i fratelli, le fidanzate, i fidanzati, gli amici. Insomma, se oggi siete qui molto lo dovete a loro e quindi…. grazie.

Loro hanno creduto in voi, e ve le dico senza alcuna retorica, noi crediamo in voi.

L’esperienza del Covid ci ha cambiato? Non lo so, e non è disincanto senile, ma certo ha reso evidenti i limiti della nostra sanità, i nostri limiti.

Ma c’è un dato certo, indelebile.

Fare il medico offre una gamma di possibilità vaste e variegate. Molti di noi, di voi, hanno scelto o sceglieranno di fare la medicina pratica, la clinica di tutti giorni. Altri di dedicarsi alla ricerca, alla tecnologia più avanzata, in un tempo di sfide senza precedenti. Dalla genomica, alla salute del mondo degli uomini, degli altri esseri viventi e dell’ambiente.

«La medicina ha progredito più durante gli ultimi 50 anni che durante i 50 secoli precedenti […]» J. Bernard (1907-2006), Accademico di Francia e Presidente del Comitato Francese di Bioetica.

Ma tutti, proprio tutti, indipendentemente dal tipo di lavoro, dobbiamo avere ben chiaro nella mente che queste “magnifiche sorti e progressive” sono legate ancora all’umiltà.  Sì all’umiltà del metodo scientifico, che ha radici antiche, secolari e si basa sulle verifiche, le smentite e la condivisione.

E ora parliamo della nostra comunità.   Siamo tanti.

E non….. giovanissimi 

e loro avanzano ed è giusto che sia così

Dobbiamo adempiere ai compiti istituzionali, quale organo sussidiario dello Stato e fornire servizi di assistenza e previdenziali agli iscritti,

ma soprattutto applicare lo statuto dei nostri valori e dei nostri doveri: il codice deontologico, comprese le competenze disciplinari che speriamo di espletare con la massima imparzialità, non rinunciando mai all’analisi approfondita delle singole situazioni. E grazie di cuore a loro, i nostri dipendenti.

Ma l’Ordine deve contribuire all’aggiornamento ed alla formazione e lo facciamo con il lavoro continuo delle nostre commissioni.

Come vi dicevo prima l’elaborazione “culturale” del Consiglio è di alto profilo, ma in questa ultima consigliatura vi è stata una novità di rilievo.

Accanto all’intenso lavoro della Commissione di Bioetica, grazie Angelo; all’impegno sui temi più vari della Commissione Cultura, grazie Germano, la davvero intensa attività della Commissione Albo Odontoiatri, vi è una novità, legata alla nostra componente femminile, che sappiamo bene essere ancora minoritaria.

Idee nuove per una visione moderna della medicina genere specifica, affrontando i temi con rigore metodologico e scientifico e, parallelamente, proponendo aspetti inattesi e inusuali, mai esplorati ma di grande pregnanza, sulle pari opportunità.

Annalisa, Claudia, Tiziana, Luisa, Emanuela, Anna Giulia, Giulia, e lo dico senza alcuna enfasi e convintamente, hanno portato sensibilità, analisi e nuove prospettive di vision all’Ordine.

Tutto questo sorretto da impegno e dedizione che inducono una riflessione sulla professione al femminile. Sappiamo che è vi è ancora un’oggettiva discriminazione in termini di ruoli e di remunerazione. Il riconoscimento effettivo dei diritti paritari del lavoro medico è irrinunciabile e per quanto ci riguarda dovrà informare in modo sostanziale la nostra azione e le nostre iniziative.

2023 Bergamo Brescia Capitale della Cultura. Viviamo il tempo della tecnologia sempre più innovativa, dell’intelligenza artificiale che ormai è entrata, prepotentemente, nella clinica. I nuovi approcci connotano una nuova figura di medico: il medico tecnico.

Un professionista che si deve allenare quotidianamente nel far rendere al meglio la sua tecnologia.  Si interfaccia continuamente con le “macchine”, con le più sofisticate nuove frontiere della ricerca sorrette, o condizionate, dall’intelligenza artificiale, e già intravediamo orizzonti di cura impensabili fino a pochi anni fa.

Serve questo medico? Assolutamente sì. È indispensabile.

Ma per i tanti di voi che tutti i giorni, negli ambulatori, nelle corsie, a casa, incontreranno una donna o un uomo con il suo problema, grande o piccolo che sia, dovrete anche ascoltare, capire e, quando potrete, rispondere ai suoi bisogni.

E’ qualcosa di insostituibile che resiste, anzi si rinnova nel tempo, ed è quella relazione basata sulla compassione di cui parlavo prima.

Ma nessuno strumento dell’intelligenza artificiale è, o sarà in grado, di capire il contesto di una storia di vita, di percepire le emozioni, di farsi svelare le cose più intime che spesso illuminano il percorso clinico.

Fare il dottore è un lavoro intellettuale, che ha alla base, e mi ripeto volutamente, la relazione.

E la cultura, in questo anno dedicato, può essere anche per la medicina uno strumento formidabile per capire l’emozione di un incontro. Le emozioni che si possono vivere ascoltando musica, guardando un film, sentendo un racconto e stupendosi di quanto possa rivelare un quadro. Grazie alla collaborazione con il Comune e le grandi istituzioni culturali della nostra città il percorso è avviato e vi terremo costantemente aggiornati. 

Abbiamo iniziato con un recente convegno (MEDICINA E SOCIETÀ A BRESCIA – Storia, contemporaneità, futuro) con relazioni di alto profilo. Merito dei partecipanti.

A questo approccio noi crediamo davvero, ma la realtà della vita quotidiana dei nostri pazienti incombe con le sue drammatiche criticità.

Viviamo un tempo di crisi del nostro Servizio Sanitario Nazionale, resa drammaticamente evidente dalla pandemia. È in discussione l’esistenza stessa del suo valore istitutivo e costituzionale: il diritto fondamentale alla salute che, come tale, viene prima di tutti gli altri. Tutti noi, nel nostro particolare, lo diamo per scontato finché… finché non viene meno.

Il nostro Servizio sanitario, e quindi il nostro lavoro, da decenni patisce un progressivo definanziamento. Una situazione che condiziona le stesse possibilità di nuove progettualità e, come da più esperti viene denunciato, la sua stessa sostenibilità e sopravvivenza.

Il diritto alla salute è ancora garantito? L’accesso alle cure è ancora indipendente dalle condizioni economiche del paziente?

Si susseguono analisi drammatiche delle principali agenzie dedicate sull’entità degli investimenti per tentare di invertire la rotta. Mancano 50 miliardi di euro secondo l’ultimo rapporto CREA (Centro per la ricerca economica applicata in sanità) al finanziamento della sanità pubblica italiana (al minimo) per avere un’incidenza media sul PIL analoga agli altri paesi EU e la fondazione GIMBE: entro il 2030 occorre allineare il finanziamento pubblico almeno alla media dei Paesi europei. Parallelamente vi è un progressivo incremento della sanità integrativa su base assicurativa, sia con welfare aziendali che in altre forme.

Spendiamo 41 miliardi di euro circa all’anno per la spesa out of pocket, cioè la spesa privata per le prestazioni sanitarie.

Nel 2021 le strutture private accreditate ospedaliere sono 995, un numero quasi raddoppiato in 10 anni e pari al 48,6% del totale.

Mancano medici ed infermieri.

Nel 2020 in Italia si stimavano 4,1 medici per mille abitanti, in linea quindi con la media dei Paesi EU (3,8 per mille abitanti), ma se andiamo a rilevare l’età media ben il 56% dei medici ha più di 55 anni ed è prossimo al pensionamento. L’Agenas calcola nel periodo 2022/2027, con una età media di 65 anni, 29.000 unità in uscita.

Vi è stato in questi anni un deciso incremento del numero di borse di studio per le specialità mediche, ma negli ultimi anni si è assistito ad una riduzione netta degli accessi nelle situazioni in cui vi è maggiore carenza: area dell’emergenza-urgenza, medicina generale. Vanno considerate le proposte, da più parti avanzate, di un diverso percorso formativo post-laurea, che introduca un graduale, effettivo inserimento lavorativo degli specializzandi.

Ancora più drammatica la situazione degli infermieri ed anche qui i numeri variano da esigenze minime di copertura organica (60-70 mila infermieri) all’adeguamento alla media europea con numeri da capogiro (224.000).

Un quadro serio che molti definiscono come irreversibile.

E allora l’Ordine Professionale?

Si tratta di ambiti che trascendono le nostre competenze e possibilità di intervento e che attengono a scelte politiche che diventeranno a breve cruciali.

Ma noi, tutti noi, siamo parte integrante del sistema che si regge sul nostro lavoro.

Vi sono molte analisi tecniche che indicano soluzioni e strategie possibili. Da nuovi concetti organizzativi e di visione, quali il ruolo, sempre più essenziale, della medicina del territorio, all’integrazione mai realizzata fra i vari setting di cura. Dalla digitalizzazione efficace e diffusa, all’utilizzo corretto e sensato delle nuove tecnologie, all’approccio one health che la pandemia ha reso evidente, ad un diverso rapporto sinergico e non competitivo con il privato accreditato basato su regole condivise, fino ad un’oggettiva e critica valutazione dei sistemi integrativi che potrebbero davvero spostare l’asse della salute in relazione alle condizioni economiche individuali rispetto al diritto costituzionale di accesso universale alle cure.

Quindi accanto ai tanti soldi che occorrono, forse troppi rispetto alle nostre possibilità, è necessaria una svolta epocale. La salute non è una priorità, è la priorità, insieme alla scuola, è un diritto fondamentale che viene prima.

E allora una domanda sospesa.

Quanto è monetizzabile questo diritto?

Certo dobbiamo fare i conti con la disponibilità di risorse e proporre soluzioni realistiche, ma la salute, oserei dire per definizione, non può soggiacere alla sola logica del mercato.

Noi siamo parte del sistema e dobbiamo guadarci dentro.  E non vi stupisca se dal lavoro e dallo studio di questi anni ci siamo convinti che dobbiamo partire dagli ultimi. Gli ultimi chi sono? I nostri anziani fragili che vivono tanto, ma molti anni in non buona salute, i poveri, gli emarginati o forse tutti quelli che soffrono e patiscono il non senso della malattia.

Curare bene gli ultimi vuol dire curare bene tutti.

Ed accanto all’Intelligenza Artificiale noi vorremo, e non è una provocazione, una nuova intelligenza sociale che altro non è che l’insieme delle facoltà che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti della realtà che viviamo.

Nuove sfide, nuove competenze. Quale medico le affronterà?

Abbiamo in corso un progetto ambizioso e faticoso e per questo abbiamo riunito intorno ad un tavolo, grazie al lavoro strenuo e davvero di qualità di U. Valentini e G. Bettoncelli, tutte le realtà mediche bresciane e proporremmo un percorso formativo a tutta la comunità medica bresciana.

E torno per un attimo alla pandemia. Cosa abbiamo imparato? Abbiamo imparato che dobbiamo lavorare insieme, che dobbiamo coordinarci di fronte al nostro mondo in continua evoluzione. Vuol dire integrarsi, lavorare in team, condividere spazi e percorsi di cura ed il rispetto dei ruoli.  Vuol dire l’umiltà del confronto.

Vuolo dire applicare, e non mi stanco di ripeterlo, il metodo scientifico che va quotidianamente modulato rispetto all’uomo o alla donna che ti sta di fronte.

Vuol dire mettersi continuamente in discussione, disponibili alla verifica della qualità della nostra professione che è un prerequisito per una cura di valore.

Mi avvio a concludere rivolgendomi ancora a voi giovani colleghe e colleghi che oggi giurate.

Abbiamo percepito, toccato, il vostro disagio, la vostra sofferenza quando vi siete improvvisamente dovuti confrontare con il dolore diffuso sparso dalla pandemia.

Abbiamo visto le vostre rinunce e di tanti altri medici, meno giovani o proprio anziani, alla vita famigliare e sociale. È stato un periodo eccezionale. La vita professionale si costruisce sulla relazione, certo con il paziente, ma non meno importanti sono gli affetti, il tempo da dedicare alla bellezza, alla cultura, a voi stessi. E ne avete diritto.

Abbiamo cercato, con tanti errori, di rendere l’Ordine uno spazio aperto ai contributi della nostra comunità e lo testimonia il successo della nostra rivista Brescia Medica, ora anche on line. Continueremo nella nostra attività di formazione e di aggiornamento.

Ma ciò che più conta, nello scampolo di percorso che ci rimane, l’Ordine avrà sempre le porte aperte. Non fatevi scrupolo a disturbare questo presidente pro tempore, e tutti i consiglieri.

Non so se troverete risposte esaurienti, ma certamente sempre ascolto.

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