Notiziario dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Brescia – aut. Tribunale di Brescia n. 195/1962

Il medico, l’occhio clinico e un cammino impervio

Il fatto risale ad alcuni anni fa.

Avevo dato la mia disponibilità a partecipare ad una indagine promossa dal NOA (Nucleo Operativo Alcologia) per quantificare il consumo di bevande alcoliche in un campione di popolazione della Valle Trompia.

L’indagine consisteva nel distribuire agli assistiti che accedevano all’ambulatorio un questionario di autocompilazione atto a rilevare il consumo di alcol del soggetto. Se ben ricordo ne ho distribuiti circa un centinaio.

E veniamo al dunque. Maria (naturalmente nome fittizio), all’epoca 59 anni, coniugata senza figli. Assiste il marito invalido. Lei non ha particolari problemi di salute: ipertensione in buon controllo, ipotiroidismo in terapia sostitutiva, una stenosi aortica lieve. Note d’ansia. Anche a lei ho proposto il questionario, che mi riporta diligentemente compilato. Il contenuto corrisponde a quanto riportato nell’anamnesi fisiologica della sua scheda sanitaria: consumo alcol 0 (astemia).

Tutto bene, se non fosse che la settimana successiva viene portata in Pronto Soccorso in stato di semi incoscienza. Diagnosi: etilismo acuto.

Confesso che non mi era mai balenato neanche lontanamente il sospetto che la paziente avesse un problema del genere. In particolare non avevo mai riscontrato nei suoi atteggiamenti e nei suoi comportamenti segnali di allarme in questo senso, a parte, come detto, note ansiose.

Unico dato, da me purtroppo notato solo a posteriori, un lievissimo incremento della gammaGT in un’analisi emato-chimica dell’anno precedente. Che non si trattasse però di un etilismo acuto, bensì cronico, me lo ha confermato la sorella, che ha messo sottosopra la casa ed ha scoperto, ben celate in vari armadietti e nel garage, alcune bottiglie di amaro.

Morale. Doveroso da parte mia un esame di coscienza sul mio “occhio clinico” e sulla mia sensibilità nei confronti di questo problema, carenza probabilmente non solo mia, visto che i dati ci dicono che, soprattutto nelle donne, l’abuso di alcol è sottostimato.

Altra considerazione riguarda l’affidabilità di queste indagini basate sul riferito dell’intervistato, soprattutto quando l’oggetto sono comportamenti etichettati negativamente (alcol, fumo, etc.).

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