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Notiziario dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Brescia – aut. Tribunale di Brescia n. 195/1962

Università, bene comune

Palazzo Martinengo Palatini, sede del Rettorato

a cura di Gianpaolo Balestrieri e Ottavio Di Stefano

Nel programma elettorale che lo ha portato a diventare Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Brescia, Francesco Castelli non ha promesso rivoluzioni, ma un approccio pragmatico verso un ateneo “bene comune”. Che come tale deve crescere, avendo ben chiare le esigenze del territorio.

«In questi sei anni vorrei riuscire a fare quello che serve. Con spirito di servizio. E andando oltre le etichette», dice il nuovo Magnifico. Dalla sua annovera apertura all’ascolto, tenacia, rispetto delle competenze di tutti, un ostinato e pignolo senso del dovere «ed una certa capacità di sognare».

Castelli è ordinario di Malattie Infettive, titolare della cattedra UNESCO Training and empowering human resources for health development in resource-limited countries e vanta una lunga esperienza nella cooperazione sanitaria internazionale. E’ stato prorettore di UniBs e consigliere dell’Ordine dei Medici di Brescia. Lo abbiamo intervistato all’indomani della sua elezione alla guida dell’ateneo bresciano.

Con 15 mila iscritti l’Università di Brescia ha acquisito riconoscibilità come ateneo di medie dimensioni. Nei prossimi sei anni sarà possibile accrescere l’attrattività nei confronti di zone geograficamente vicine così come di studenti e ricercatori in ambito nazionale e internazionale?

Rendere attrattiva l’Università è una strategia da perseguire, tenendo conto che l’attrattività ha a che fare con l’Università, ma anche con la città universitaria, ovvero i servizi offerti, l’accoglienza, le residenze.

Oggi Brescia non è ancora vista “da fuori” come città di tradizioni universitarie come possono essere Pavia o Milano. Penso che l’attrattività della nostra città, già molto aumentata negli scorsi anni, vada ulteriormente potenziata con una crescente alleanza con le istituzioni locali, ed è a questa interlocuzione che intendo puntare. C’è poi un altro aspetto che va indagato sul lato studenti: capire perché un certo numero di giovani che risiede nel nostro bacino d’utenza (Brescia, Cremona, Mantova) sceglie di andare a studiare in altre città. Per prendere le misure conseguenti dobbiamo prima comprenderne le motivazioni.

Il 2023, anno di Bergamo Brescia Capitale della Cultura, potrà aiutare in tal senso?

Sarà senza dubbio un’importante vetrina per far conoscere il nostro ateneo anche a livello internazionale. Sono convinto che l’Università debba puntare maggiormente sulla promozione, rendersi più nota per ciò che fa e per come lo fa. Per fidelizzare il territorio bisogna essere vicini alla cittadinanza e alle famiglie, ad esempio attraverso cicli di incontri rivolti alla popolazione, come i seminari proposti negli anni passati sugli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Ci sono anche le condizioni per attrarre nomi di rilievo a livello internazionale: esiste un programma di rientro dei cervelli che consente di coprire con fondi statali metà del loro stipendio, e credo che fare una parte del proprio percorso in un ateneo come il nostro sia oggi appetibile per chi proviene dall’estero. In questa direzione servirà anche ragionare su un maggior numero di corsi in lingua inglese.

Con il tuo predecessore, Maurizio Tira, l’ateneo ha puntato sulla differenziazione e l’incremento dell’offerta formativa. Si proseguirà su questa linea di crescita?

E’ indispensabile continuare a lavorare su questo obiettivo, considerato che il tasso di laureati nella nostra provincia è ancora basso e scontiamo un oggettivo ritardo. Si tratta di uno sforzo che va fatto per offrire un servizio al territorio: in futuro, complice la transizione digitale ed ecosostenibile, le imprese avranno sempre più bisogno di personale qualificato. A Brescia, tra l’altro, esistono due università, Statale e Cattolica, ciascuna con campi ben definiti ma anche aree di confine. Finora la convivenza tra gli atenei è stata buona, ma potrebbe essere ulteriormente migliorata in attività sinergiche. In questo senso ho parlato di Università bene comune, nella convinzione che la nostra attività rivesta anche un servizio di utilità sociale.

Qualche settore da sviluppare nell’immediato?

Ci sono spazi per crescere in settori innovativi: l’aspetto veterinario è sicuramente da esplorare, non tanto con l’istituzione di una nuova Facoltà ma attivando master su argomenti specifici, come l’approccio di salute globale “One Health”, che si presterebbe a interessanti collaborazioni con l’Istituto Zooprofilattico che ha sede a Brescia. Sono da valorizzare, inoltre, le aree di intersezione tra Medicina e Ingegneria, come la sensoristica e la biomedicina, mentre l’area economico-giuridica, in un momento di rapida trasformazione della Pubblica Amministrazione e del mercato del lavoro, potrà raccogliere un impulso importante in questa direzione.

In ambito sanitario guardiamo con interesse all’ipotesi di avvio di una laurea in Ortottica, e valutiamo l’ampliamento della formazione infermieristica: dopo Brescia, Chiari, Desenzano, Esine, Cremona e Mantova potrebbe nascere un settimo polo formativo presso la ASST di Bergamo Est, alla luce delle richieste ricevute da quel territorio.

E’ possibile un ulteriore ampliamento dei posti disponibili per il corso di laurea in Medicina?

Penso che un lieve margine di incremento ci sia, quando saranno completati gli investimenti per ampliare il polo formativo del Campus nord. Siamo un’Università di medie dimensioni, possiamo crescere, con la consapevolezza che raggiungere questo obiettivo significa investire sulle strutture, le aule, gli spazi da mettere a disposizione per gli studenti, tenendo conto della frequenza obbligatoria.

Proseguendo nel percorso formativo, la figura dello specializzando non ha uno statuto che ne definisca compiutamente il ruolo, in bilico fra medico e studente.

Formalmente sono studenti, ma non c’è un mansionario preciso, ed è a giudizio del Consiglio di ciascuna Scuola definire il ventaglio di azioni che lo specializzando può compiere. Mi piacerebbe che gli specializzandi degli ultimi anni fossero più autonomi, e che le loro competenze venissero ulteriormente valorizzate: per questo il tutoraggio è fondamentale, ed è necessario che i colleghi ospedalieri che scelgono di fare i tutor vedano riconosciuto questo ruolo e possano beneficiare di conseguenti gratificazioni, cosa finora prevista ma non attuata in pratica.

La pandemia ci ha insegnato quanto sia fondamentale l’integrazione tra ospedale e territorio. Ma al medico di domani si chiede anche di proiettarsi su tecnologie e ricerche innovative. E’ possibile formare figure così ad ampio spettro? Ha senso prevedere profili curricolari differenziati per prevalente orientamento assistenziale o di ricerca?

Questa domanda implica una riflessione globale su quale medico vogliamo formare e cosa sarà chiamato a fare in un orizzonte di 6-10 anni. Abbiamo bisogno di medici che considerino il territorio non un ripiego ma la prima scelta. Dall’altro lato dobbiamo rispondere all’esigenza che Università e Spedali Civili continuino ad essere un polo di riferimento tecnologico e specialistico, per dare risposte efficaci anche al malato complesso.

Ma formare una figura attenta ai determinanti sociali di salute, che si dedichi all’assistenza dei malati polipatologici sul territorio e che al contempo sappia fare terapie geniche e CAR-T, a puro titolo di esempio, è oggettivamente complicato. In risposta a questo problema un possibile scenario da valutare, per gli ultimi anni del percorso formativo in Medicina, è quello di due percorsi curricolari distinti, uno più orientato alla preparazione di medici attivi sul territorio, l’altro indirizzato alla specialistica e alla ricerca, da tenere in lingua inglese: si tratterebbe di una rivisitazione dell’attuale modello di formazione per renderlo al passo con traguardi scientifici e nuove esigenze assistenziali, in un mondo in rapida trasformazione demografica.

Nel tuo programma elettorale avanzi l’ipotesi di una trasformazione del Civile in IRCCS – Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, come modello istituzionale capace di esaltare le potenzialità di un grande ospedale convenzionato con un ente universitario. Non c’è il rischio di accentuare un’impostazione “ospedalocentrica”, facendo di queste strutture torri d’avorio, con una distinzione fra medici di serie A e di serie B?

Questa considerazione è nata dalla constatazione che in Lombardia su 7 Facoltà di Medicina 5 hanno come polo didattico di riferimento un IRCCS, che manca solo a Brescia e Varese. E che nell’assoluta onestà degli intenti, gli obiettivi di ASST e Università alcune volte non risultano allineati nel rispetto dei rispettivi mandati statutari. Ciò non significa premere per forza sul paradigma IRCCS, ma aver chiara l’opportunità di un modello che tenga conto di queste specificità. Un primo passo in questa direzione avverrà col decreto di Regione Lombardia che riconoscerà gli Spedali Civili come “ospedale universitario”. Una nomina formale, per il momento, che tuttavia potrà aprire a un percorso di programmazione congiunta, che privilegi le esigenze locali e una maggiore autonomia territoriale: quello che vale a Brescia, infatti, può non valere a Varese o a Pavia.

Come tenere insieme la capacità di essere centro di riferimento di elevata specializzazione e la necessità di aprirsi al territorio e alle cure primarie?

Penso che il modello IRCCS, a titolo di esempio, possa guardare anche al territorio ed alla salute pubblica , come dimostra l’esempio dell’Istituto Mario Negri che ha sviluppato una vocazione per le indagini epidemiologiche. E che si possa fare ricerca anche sul malato polipatologico: la ricerca è importante anche sul territorio, e l’impegno prioritario deve essere quello di andare oltre le etichette, per non essere rigidamente condizionati da un modello o dall’altro.

Sei un accademico “anomalo” perché hai sempre fatto l’ospedaliero e l’universitario quando vigeva una chiara separazione fra i due ruoli. Il modello che proponi come Rettore, non a caso, è proprio quello del dialogo…

Il mio obiettivo tra sei anni è poter dire di avere contribuito a fare qualcosa che serve alla nostra comunità. In questo senso sono convinto che riuscire a far dialogare insieme i tre principali attori della sanità locale – ATS, ASST e Università – anche sugli aspetti programmatici, sia un passaggio fondamentale.

Brescia è una città delle giuste dimensioni, sia come territorio che come bacino universitario, per mettere i diversi attori attorno allo stesso tavolo. Penso ad un tavolo sperimentale dove porci una domanda-chiave: di cosa avremo bisogno nei prossimi dieci anni? So che ciascuno tende inevitabilmente a vedere il proprio “particolare”, anche l’Università ha le sue rigidità (pensiamo alla complessità di cambiare un Piano di studi), ma confido che questa prospettiva di lavoro sia percorribile, a patto che ognuno di noi provi ad uscire dal suo seminato.

Ti mancherà la clinica?

Se sarà possibile una conciliazione con il mio ruolo di Rettore, vorrei provare a mantenere l’aspetto gestionale della clinica, delegando alcune funzioni pratiche al mio gruppo di lavoro. Rinuncerò invece alla direzione del Dipartimento di Medicina dell’ASST Spedali Civili di Brescia.

Che valore aggiunto porterà la tua esperienza come titolare di cattedra UNESCO e nella cooperazione con i Paesi in via di sviluppo?

Credo possa tornare utile su un territorio come il nostro dove la popolazione è sempre più variegata dal punto di vista demografico: un’occasione per fare da ponte tra Brescia, il Nord e il Sud del mondo.

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